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Il tipico streetfood partenopeo resiste agli anni e alle crisi, ma negli ultimi mesi qualcosa sta cambiando: ChipStar, una società napoletana che prepara e vende patatine fritte olandesi, si sta espandendo in città, dall’alto del Vomero alle luci di via Roma, passando per la plebea Fuorigrotta. Un successo strepitoso, testimoniato dalle indescrivibili file davanti agli shop, che ha ispirato imitatori. ChipKing, ChipStreet, Patatocchio e molti altri dai nomi improbabili hanno iniziato a vendere french fries in tutta la città. E’ l’invasione della patata!

Provando ChipStar al Vomero si resterà certamente colpiti nel trovare patate fresche al posto delle congelate, propinate ai malcapitati clienti nella maggioranza dei ristoranti, pub e pizzerie di un po’ tutto il mondo. La frittura è eseguita in due tempi con una macchina olandese a temperatura controllata, che evita persino il classico aroma di fritto sparso intorno a ogni friggitoria. Salse di ogni tipo e gusto completano l’offerta, promettendo grande goduria per il palato affaticato dalla lunga attesa, a cui condannano le interminabili file di avventori. Il risultato sono patate ben cotte, asciutte e croccanti. chipstarInsomma le patate fritte di ChipStar non sono male e verrebbe voglia di farne grandi abbuffate alla faccia di ogni dieta e quaresima, se non fosse per i risvolti culturali che impongono una riflessione. A Napoli il cibo di strada ha una tradizione antica e s’innesta perfettamente nella mentalità popolare. Ai tempi di Matilde Serao, questi ristoranti di strada vendevano brodo di polpo, cozze, aragoste e altri piatti poveri per le classi lavoratrici.

Le giovani generazioni cresciute con il mito del fast food americano, il modello alimentare dell’hamburger con patatine fritte, ritrovano i propri distorti miti alimentari in queste catene di montaggio per cibo. Fortunatamente sono nati anche molti pub e ristoranti capaci di mediare tra la moda e i prodotti di qualità del territorio, servendo hamburger selezionati di carne italiana con pane casareccio e verdure scelte. Restando al Vomero ad esempio, Herr Daniel a via Kaufmann fa hot dog e hamburger di gran qualità, servendo patatine fritte superiori alla media dei pub napoletani. Si tratta però di locali d’impostazione classica con tavoli e seggiole, quasi tutti localizzati al Vomero, diversi dai food shop di strada che attraggono il grande pubblico. Il Vomero, inoltre, è un frittura mista napoletana fiorenzanoquartiere che da anni tenta di “ripulirsi” sociologicamente dalla napoletanità verace, vissuta come marchio d’infamia. Invece, preservare la tradizione di una cultura gastronomica è una delle poche strategie attuabili per salvare e proteggere la nostra identità in un mondo che cambia.

Una cultura gastronomica è sempre un mix di prodotti primi tradizionali, tecniche di cottura e abitudini alimentari. In Italia sono riconosciuti più di venti tipi di patate tradizionali e locali, tutelate con la denominazione PAT (Prodotto Tradizionale Agroalimentare). Perché le imprese locali abbiano bisogno di acquistare patate all’estero, con maggiori costi di trasporto e inquinamento, resta un mistero insondabile. L’esterofilia sembra essere la moda del momento, forse l’ennesima reazione di fuga ideologica dalla e dal suo peso economico sul settore agroalimentare campano.

Le patate fritte, piacere gastronomico di ogni grande e piccino, invadono la città sulla scia olezzante d’olio di semi: speriamo non soffochino i fritti tradizionali dello street food partenopeo! 

L.O.

Foto in evidenza Egidio Cerrone  (http://leavventureculinariedipuokemed.wordpress.com/)

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