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Se Ufo  Robot 'mangiava libri di cibernetica ed insalate di matematica', lo stesso non si può dire di Jeeg Robot d'acciaio, o meglio quello che Lo chiamavano Jeeg Robot, al secolo Enzo Ceccotti, un ladruncolo di periferia che per qualche strano caso del destino si trova a diventare un supereroe nel pluripremiato film di Gabriele Mainetti  (16 nomination e 7 statuette vinte ai David di Donatello - nonché un' ottima accoglienza da pubblico e critica) alla sua prima esperienza come regista di lungometraggi.

Ed è negli uggiosi giorni del Comicon, l'ormai conosciutissima fiera annuale del fumetto e dell'animazione che si svolge a Napoli da ormai ben 16 anni, che tra i padiglioni affollati da appassionati del fumetto, maniaci della gadgettistica,  semplici curiosi o ipercolorati cosplayer, siamo riuscite ad intervistare proprio Mainetti , in questa sede presente come giurato per l'assegnazione dei Premi Micheluzzi

Gabriele, ancora un po' stordito dal successo enorme del lungometraggio, ha spiegato di come tuttavia la strada sia stata costellata di porte in faccia, o meglio portoni, chiusigli dalle case cinematografiche che hanno sempre accolto il suo progetto con un certo scetticismo, chiosando nel metterne in pratica una vera e propria realizzazione. Un po' perché si tratta di un genere nuovo e tendenzialmente mai affrontato prima, un po' per la peculiarità del filone 'supereroico'  che in Italia può considerarsi ancora di nicchia, Mainetti ha dovuto fino all'ultimo contare sulle proprie forze e sulla sua casa produttrice, la Goon Films, per riuscire a sfondare come con un ariete le fortezze che non gli avevano concesso possibilità.  La sua ostinazione e caparbietà,  che a tratti lo fanno rassomigliare proprio al protagonista del suo film, interpretato da un eccezionalmente camaleontico Claudio Santamaria, lo hanno premiato. Il film ha incassato più di tre milioni di euro e raccolto pareri positivissimi, elementi che non possono far altro che spronare Mainetti a proseguire determinato non solo sulla strada della regia ma anche, e più generalmente,  su quella  - meno battuta - di un filone cinematografico nuovo ed ancora un po' inesplorato. Quando in ultimo gli abbiamo chiesto, per soddisfare la nostra e la vostra curiosità, a quale cibo paragonerebbe i fumetti, non ha avuto esitazioni «I fumetti saziano! », ci ha confessato Gabriele, « Ed è difficile attribuire loro una sola pietanza. Diciamo che per me sono un menù completo, dall'antipasto al caffè»

 

Continuando la nostra gincana tra lo straordinario numero di affluenti, tra una ciotola di ramen ed una molto manga- inspired mela caramellata, ci siamo imbattute in nientepopodimeno che  Silver, al secolo Guido Silvestri e meglio conosciuto come il papà di Lupo Alberto , che in questa edizione del Comicon ha rivestito l'importante ruolo di Magister. Gentile e disponibile, Silver ci ha raccontato di come il personaggio di Lupo Alberto sia nato per puro caso, quando da giovane egli si occupava di pubblicità e, per diletto, disegnava 'pupazzetti'. Nessuno avrebbe previsto il travolgente successo del suo personaggio, che lui paragona ad 'un figlio nato all'improvviso, che ti lascia smarrito ed incredulo ma del quale non puoi fare a meno di occupartene'. Nonostante i 42 anni, però, Silver sostiene che il personaggio di Lupo Alberto non si è edulcorato. Non essendo particolarmente legato ad un periodo storico, egli mantiene sempre il suo punto di vista sulle cose, senza cambiare con i mutamenti della società - esattamente come il suo creatore, che è fiero di non aver mai ceduto alle mode e soprattutto orgoglioso di aver sempre mantenuto lo stesso genuino contatto con i suoi lettori. Lettori che molto probabilmente, per la loro fedeltà, non si saranno sottratti nel corso degli anni dal mangiare le famose caramelle gommose squadrate raffiguranti il simpatico Lupo e i suoi personaggi compagni. Compagni che tuttavia Silver, da buon Emiliano, identifica con gustosi piatti della sua regione. Lupo Alberto è un sostanzioso piatto di lasagne, Marta è un buon profiterole...ed Enrico la Talpa? «Beh - ci ha guardato sornione Silver -  cos'altro se non un bel bicchiere di vino rosso

In ultimo, non abbiamo potuto fare a meno di chiacchierare con Lelio Bonaccorso, fumettista classe '82, illustratore e docente alla Scuola di Fumetto di Palermo, famoso per aver realizzato a quattro mani con il giornalista Marco Rizzo il libro Peppino Impastato, un giullare contro la mafia, volume che ha spopolato in Italia e all'estero portando il genere fumettistico ad essere visto sotto un'altra ottica più seria, impegnata e documentaristica. Lelio ci ha spiegato come paradossalmente il fumetto - spesse volte ingiustamente liquidato come genere 'di svago' - possa in realtà essere un ben più potente veicolo informativo per quanto riguarda la divulgazione di eventi storici e di cronaca attuale. Pur non essendo, naturalmente, alla stregua di un giornale quotidiano, unisce l'utile - quindi una presa di coscienza su quanto accade ed è accaduto - al dilettevole, quindi alla forma artistica del disegno, lasciando al lettore l'imput della propria personale interpretazione e del proprio pensiero sugli avvenimenti raccontati. Spaziando da Gli ultimi giorni di Marco Pantani, alla biografia del Che Guevara, fino alla trasposizione in graphic novel de Gli arancini di Montalbano, Bonaccorso, con la sceneggiatura di Rizzo riescono a descrivere la storia e - più nello specifico - la propria terra in un modo che ne permette una reale comprensione anche al di fuori dei confini nazionali, con connotati più profondi, più da insider. I suoi fumetti sono infatti famosissimi in Belgio, in Francia, in Spagna ed in Olanda, forti anche della componente di partecipazione civile che li caratterizza proprio per i temi diversi sui quali sono basati. Il suo disegno è immediatezza, informazione ed emozione al tempo stesso.

Sempre in movimento e da poco concluso un viaggio nella penisola del Sinai, dove ha preso spunto per realizzare un reportage a fumetti sui beduini ed i migranti, Lelio è anche coinvolto in un progetto di web series Giostra che lo vede protagonista. Da esperto illustratore - e condizionato sicuramente dal suo retaggio gastronomico e culturale siciliano - alla nostra domanda su quale cibo identificherebbe con i fumetti ci ha risposto che, proprio come la sua eterogenea carriera di illustratore/reporter, ama la varietà; i fumetti sono una delicata granita con panna e brioche, ma anche un sontuoso piatto di pasta alla norma.

Nella fiera del fumetto, dove non era difficile trovare cibi di ispirazione asiatica, la nostra parte culinariamente patriottica ha tirato un sospiro di sollievo dopo aver ascoltato le preferenze dei nostri intervistati. Senza nulla togliere alla cucina etnica, ma alla fine della giornata ci siamo coccolate - non dagli uramaki o dal sashimi come in una puntata di Ranma - ma proprio da un bell'arancino come quelli di Montalbano.

 

Mary Sorbillo

Antonia Fiorenzano