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Il 5 maggio esce nelle sale cinematografiche La buona uscita, lungometraggio d’esordio del giovane regista napoletano Enrico Iannaccone, già premio David di Donatello nel 2013 per il miglior cortometraggio con L’esecuzione. Gli abbiamo chiesto di parlarci di questa sua esperienza.

La buona uscita parla della mostruosità della libertà, che è pessima, violenta, nel momento in cui noi non abbiamo una forte impalcatura emotiva e spirituale: essere liberi è brutto se non stiamo bene con noi stessi. Il personaggio principale, Lucrezia Sembiante, professoressa universitaria di sessant’anni che inizia ad avere paura della vecchiaia e della solitudine, si rende conto del fatto che dopo aver consumato come goleador 273 uomini, arrivata alla sua età, ha difficoltà ad aggiungerne altri alla sua lista, cosicché anche la sua libertà sessuale diventa motivo di terrore, in qualche modo. Come farà Lucrezia a liberarsi della paura della libertà?

Enrico, vedremo finalmente al cinema La Buona Uscita , film distribuito da Microcinema, tra i cui partner ha la Mad Entertainment, in genere nota per i film di animazione, e che tratta la tematica dell’individualismo e della borghesia giovane legata all’individualismo.

E.I.: Il film è una sorta di elogio spirituale all’individualismo, assolutamente non sociale, politico o economico. La borghesia che ritraggo non è neanche una reale borghesia, perché non è culturale, ma legata ad un fattore meramente economico, unico possibile terreno sondabile per parlare di libertà “mentale”, con degli slanci di surrealismo. In questo senso una persona libera, felice, che sta bene con se stessa, che può sembrare anche spregiudicata dal punto di vista morale, passando su tutto e tutti come un Panzer – e parlo di Marco Macaluso, personaggio che si contrappone a quello di Lucrezia Sembiante – non può che essere una persona ricca, perché il soldo è la chiave d’accesso alle possibilità.

Un ruolo molto importante nel film è dato al cibo. Perché e in che chiave narrativa entra nel film?

E.I.: Il cibo è fondamentale, e penso al personaggio di Marco Macaluso, consumatore di bellezza, per cui il cibo non si riduce all’atto del consumarlo, ma rappresenta il piacere per il piacere. Marco Macaluso è un gaudente a tutti gli effetti – nel sesso, nei rapporti, nel cibo – e quello che preferisce è legato al mare, che consuma in quantità e che io considero il cibo della bellezza: preparato in un determinato modo e accompagnato ad un buon vino significa per me un salto al periodo della mia infanzia, mi faceva piacere riviverlo attraverso questo film.

Anche nella promozione del film attraverso i trailer compare spesso l’elemento cibo, attraverso il protagonista maschile…

E.I.: Sì, per me era importante inserirlo anche nel trailer perché è un elemento centrale, che ha a che fare, ripeto, con il consumo del piacere. Il significato che ha per Macaluso è molto diversoinvece da quello che esso rappresenta per Lucrezia, l’unico personaggio realmente problematico nel film, che consuma una pizza condivisa in maniera molto distratta - penso ad una determinata scena che è anche chiave di volta nello sviluppo della narrazione -. Penso che condividere la tavola non significhi rinunciare ad una porzione propria, e quindi che condividere il cibo non significhi fare a meno del gusto, del sé, senza il quale non ci può essere un noi. Proprio per questo motivo La buona uscita non è un film a sfondo sociale: perché l’elemento narrativo non può prescindere dall’io dei singoli personaggi. Il personaggio di Lucrezia Sembiante è problematico perché inevitabilmente va incontro ad un cambiamento, motivo per cui alla fine può essere vista come marionetta di se stessa, e questa problematicità si vede anche nel modo che ha di vivere il cibo, che è una sorta di distrazione, qualcosa che serve solo per sostentarsi.Quindi il cibo ha decisamente un ruolo chiave in questo film: esso è sia piacere, sia necessità, sia distrazione.

 Micole Imperiali