-->

Cultura&Spettacolo
Strumenti

Nella settimana dei premi Oscar, oggi su inFOODation ci piace riportare alla mente un film che ha ottenuto la statuetta e, senza misunderstanding assurdi da colpi di scenetta, vincendo come miglior pellicola straniera: Il fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel, film uscito 40 anni fa ma estremamente attuale tanto che potrebbe essere stato girato oggi.

Luis Buñuel è uno dei più dissacranti autori della Storia del Cinema. Uno dei pochi che con coraggio ha messo alla berlina tutti i paradossi della società occidentale. Una sorta di Nietzsche del cinema. Il fascino discreto della borghesia è un suo film del 1972 e – per molti versi – può essere considerato la summa di tutto il suo cinema.

Nel film due coppie della borghesia parigina, i signori Thévenot (Paul Frankeur e Delphine Seyrig) ed i signori Sénéchal (Jean-Pierre Cassel, padre del più famoso Vincent, e Stéphane Audran) tentano numerose volte di incontrarsi per pranzi e/o cene assieme all’ambasciatore Don Rafael Acosta (Fernando Rey) e ad altri personaggi. Ma tutte le volte che decidono di mangiare insieme un imprevisto (ovviamente surreale, come nel miglior spirito buñueliano) manda a monte il loro “piano gastronomico”.
 

Il film, scritto dal regista assieme a Jean-Claude Carrière, utilizza il tema del Pranzo Continuamente Interrotto per costruire uno sferzante apologo della classe borghese che , per dirla con le parole di Paolo Mereghetti, «sociologicamente indeterminata, ma universalmente parassitaria, impotente e comunque padrona dei destini altrui. La rivolta per il regista spagnolo non è mai rivoluzione: anche in questo film non c’è fiducia nella Storia, al massimo c’è la speranza che la borghesia muoia per autodissoluzione» 

Ne Il fascino discreto della borghesia è messa alla berlina la sacralità di uno dei momenti cardine della condizione borghese del tempo: quella della riunione a tavola con i pranzi luculliani (che al tempo erano prerogativa della sola classe borghese) dove – tra una portata e l’altra – ognuno fa sfoggio della propria classe e ostenta la vastità delle proprie esperienze di vita. Il binomio cibo/potere è altresì rapportato alla morte, si ha fame anche nel momento del pericolo.

A tal proposito una delle scene più famose del film è quella in cui Don Rafael di Miranda si sveglia da un sogno in cui, prima di essere ucciso, tenta di addentare una coscia di vitello. A quel punto è per lui un bisogno aprire il frigorifero e mangiare qualsiasi cosa con foga, in moda da essere riportato al suo mondo ed alle sue. Cosa c’è di più eterno e di riposante del cibo e della possibilità di assaporarlo?

La stessa fame luttuosa che il nostro Marco Ferreri rappresenterà in un suo film (per certi versi gemello) dell’anno successivo: La grande abbuffata.

 

 

 

Alessio Cacciapuoti