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Francesco Di Bella e Alfonso Bruno, noti anche come Ballads, hanno suonato per noi. La voce graffiante e potente di quello scricciolo di poeta che ha più talento di quanto pesi e più umanità di quanta ne possa bastare a una folla, ha deliziato un pubblico attento, felice, che ha assaporato ogni istante di una soleggiata controra di marzo riscaldata da note colte, avvolgenti, intense. Cover di ballate storiche che trapelano l’enorme passione musicale oltre che la cultura dei due artisti e rielaborazioni di vecchi pezzi dei 24 Grana, la storica band partenopea di cui Francesco è stato leader per un importante pezzo della propria vita.

Ballads è la nuova avventura nella quale si è lanciato Francesco con Fofò da un paio d’anni a questa parte. Circa 200 concerti in tutta la penisola, ricreando atmosfere più intime, chitarra e voce per una dimensione confidenziale, da ballata, appunto. Da questo felice connubio è nato un progetto musicale più ampio, Ballads Café, che ha coinvolto altri musicisti come Daniele Sinigallia, Cristiano De Fabritiis, Alessandro Innaro, Andrea Pesce, Marjorie Biondo e che si è avvalso di collaborazioni speciali come Joe Lalli, della storica band statunitense Fugazi, tanto per citarne uno.

Prima del meraviglioso concerto ho incontrato Francesco Di Bella, che aveva già fatto un’esperienza di musica all’ora di pranzo, per la presentazione del progetto Ballads, da Rocksteria a Roma, qualche settimana fa.

 

Francesco, può essere complicato esibirsi durante il brunch? Soprattutto, si ha la giusta carica per suonare nelle ore tardo mattutine?

Suonare a pranzo sottende una differente energia, più intensa, credo. Ti puoi permettere di fare una performance più leggera e spensierata. La notte ti avvolge con le sue ombre, mentre la ballate sono diafane, trasparenti. Si possono colorare con tinte differenti a seconda del giorno o della notte. Spero di possa ripetere oggi la bella esperienza di Roma, dove essendo domenica si era ancora più rilassati, dopo il concerto c’era ancora tanto tempo da vivere e questa sensazione ci è piaciuta molto. Quando suoniamo di sera, dopo la performance c’è la stanchezza dell’intera giornata e la necessità di tornare a casa, al buio, di notte. Suonare a pranzo ti mette in una diversa condizione anche psicologica. Credo che lo stesso valga anche per il pubblico che può tornare alle proprie attività e, poiché, per quanto ci riguarda il pubblico è il terzo strumento oltre alla chitarra e voce, il suo contributo e apporto sono fondamentali. C’è una diversa sinergia, molto interessante. Poi Ballads non ha un sound invadente, si può accompagnare al pasto, l’intento è la convivialità, la condivisione, quindi ben si sposa col cibo. Ci è capitato di suonare con persone che stavano mangiando, è stato un po’ come essere un impianto stereo in mezzo alla gente, una via di mezzo tra il salotto e la strada.

Come è nato il progetto Ballads Café?

Ballads Cafè è un posto in cui le cose si prendono con relax, come una pausa caffè alla napoletana, quando ti prendi un attimo, ti fermi e dialoghi. È un luogo dell’anima, una sua naturale estensione, Un’atmosfera estemporanea e contemporanea, dove raccontarsi in maniera confidenziale. Il progetto ha visto i suoi primordi in un concerto all’Angelo Mai, una sera in cui a Roma c’era la neve, venivo da uno spettacolo teatrale che il pubblico aveva disertato e mi sono trovato a suonare in un locale affollatissimo nonostante la gelata che aveva paralizzato la città. Un’atmosfera bellissima con musicisti e amici che stimiamo e che ci ha fatto venire voglia di unirci in un progetto comune. Da lì è nato Ballads Café che ci ha visti tutti insieme sul palco per la prima volta al concerto di Manu Chao, lo scorso luglio e che ha, successivamente prodotto un disco in novembre e una serie di concerti in giro per l’Italia.

Un ricordo particolare legato a cibo e musica.

Ce ne sono due. Uno che riguarda Steve Albini, nel cui studio/residenza abbiamo registrato l’ultimo disco con i 24 Grana a Chicago. Lui è un cultore della cucina e in particolare di quella italiana. Veniva sempre a chiederci cosa stavamo cucinando e spesso si è fermato a cena con noi. Per omaggiare questa sua passione per la nostra cucina prima di partire gli abbiamo regalato un libro di ricette italiane.

Un altro risale a tanti anni fa, era un’edizione di Futuro Remoto a Città della Scienza, dove, con la nostra musica, accompagnavamo il passaggio di un pubblico bendato che doveva assaggiare vari cibi. Era concepito come un atto di protesta contro un paradossale perbenismo anche alimentare.

Il cibo è per me una componente molto importante della vita. Mi piace mangiare, mi piace cucinare, mi piace nutrire le persone che amo. Non è soltanto una necessità, ma un gran piacere che cerco di vivere anche con una certa consapevolezza. Sono stato per sette anni vegetariano e quando ho ripreso a essere onnivoro, l’ho fatto con una diversa attenzione e consapevolezza a ciò che ingerivo. Prediligo prodotti a chilometro zero, allevamenti naturali, specificità delle regioni nelle quali mi trovo e grazie al mio lavoro posso davvero dire di aver assaggiato qualsiasi tipo di cucina nei tour che ci hanno portato in ogni regione della penisola. Compreso qualsiasi tipo di panino all’autogrill, ma quella è un’altra storia.

Carmen Vicinanza