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Cultura&Spettacolo
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Da qualche anno si è sviluppata la bellissima abitudine di portare la cucina in teatro. Non alla maniera del Sabato, Domenica e Lunedì di Eduardo De Filippo, dove gli attori, da copione, si riuniscono intorno a una tavola e mangiano davvero un bel ragù preparato in anticipo dietro le quinte, almeno nella fortunatissima versione di Toni Servillo, il cast tutto, riunito a tavola mangiava per davvero.

Quello di cui parlo è proprio cucinare in scena, panificare in scena, far degustare a pubblico e ad attori. Vari esperimenti si sono succeduti nel corso degli anni. Ha cominciato la Compagnia delle Ariette, in Emilia Romagna, ricordo ancora un bellissimo spettacolo, in cui si mangiava le tagliatelle fatte e cucinate dagli attori, coi prodotti coltivati nella loro azienda agricola, dove raccontavano la loro esperienza di attori-contadini. Lo spettacolo debuttò a Volterra Teatro nel 2000 e da allora è diventato un organismo vivente che è cresciuto, si è modificato, è andato in Europa, ha fatto più di 600 repliche in giro.

Anche a Napoli, non poteva mancare il Teatro in Cucina, da un’idea, testi e ricette di una cultrice della buona tavola, Rosi Padovani. Il format, che ha fatto anche due edizioni del Napoli Teatro Festival, prevede che in ogni spettacolo si prepari una ricetta, c’è una storia, beghe, amori, incontri, scontri e incomunicabilità umana mentre il cibo si prepara e si mangia. C’è stata la Genovese, Il Ragù, la Parmigiana di Melanzane e il Curanto Cileno, (culture a confronto con protagonisti Antonella Morea e Horacio Duran Vidal), il Sartù. Di prossimo allestimento è il Gattò di Patate e la Cassoeula Milanese, che vi prometto, andrò a seguire per voi tutti.

C’è un ulteriore spettacolo dal nome Teatro Cucina, di una compagnia milanese, attiva con questo progetto dal 2001. Un menù curato dallo chef Davide Oldani, una pièce che mette in scena "un banchetto supremo, dove i pensieri, le azioni, le emozioni sono tutti ingredienti" e il pubblico diviene protagonista assieme agli attori, al musicista e al cibo stesso.

L’idea di base era l’esigenza di ricreare nel rapporto spettatore attore, la stessa intimità che si ottiene a tavola, nella convivialità, la colonna sonora dello spettacolo è costituita da sonorità dal vivo fatte conpiatti di metallo, darbuka, bicchieri di vetro, bouzouki, cucchiaie di legno e steel pan. Il cibo, concepito come medium emozionale, è tra i protagonisti dello spettacolo, per raccontare la vita, non una in particolare, ma quella in cui ognuno si riconosce, attraverso piccoli gesti, memorie di suggestioni, odori, sensazioni.

E adesso, ditemi che non vi è venuta voglia di partecipare a uno di questi “succulenti” spettacoli teatrali.

Carmen Vicinanza