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Cultura&Spettacolo
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Il Maxxi di Roma (quartiere Flaminio), museo anticonvenzionale e sperimentale per vocazione, ospita appunto una raccolta mordace di 12 scatti del neozelandese Henry Hargreaves, facente parte della rassegna ‘Food. Dal cucchiaio al mondo’, visitabile dal 29 maggio all’8 novembre 2015, a cura di Pippo Ciorra, Giulia Ferracci, Alessio Rosati, Alessandra Spagnoli.

Un racconto per immagini che sa arrivare dritto al punto: che valenza ha un ultimo desiderio? Quali sogni, verità, bilanci può catarticamente raccogliere una pietanza che sai in anticipo essere l’ultima della tua esistenza? Insomma il cibo può essere l’estremo approdo, l’orizzonte sicuro verso cui ricongiungersi con se stessi prima della fine o all’opposto la manifestazione della tacita alienazione dell’individuo, e come in tutte le opere dell’artista il tutto è patinato da un iperrealismo sconcertante.   

È possibile intuirlo e provare a ricamare una storia attorno a quei piatti, a volte scarni, altre ridondanti affiancati da brevi didascalie (dati anagrafici, sentenza e menù); storie fatte di umane pulsazioni, di pensieri e vissuti che sembrano sospesi e non appartengono ancora alla morte a causa della loro forza dirompente.

Si alternano pollo fritto, patatine, pane tostato, burro e marmellata, zuppe, torta alle noci pecan, aragosta, torta alle mele, bistecca, piselli al burro, formaggi, latte, uova, succhi di frutta, tè, bevande zuccherate e gassate, snack ipercalorici, gelato alla vaniglia o alla menta passando all’unica oliva col nocciolo al centro del piatto fino al rifiuto totale di qualsiasi pasto da parte di uno dei detenuto.

La ricostruzione attenta e amara di questo mondo legato e poi consumato dal fil rouge del cibo permette di identificarci ma allo stesso tempo di rifiutare l’ovvietà di quelle immagini macabre, dicotomia peraltro ovvia nell’indole umana e applicabile a tutte le sfere del sentire.

Sabrina Riccio