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 “  A’ Maccherò m'hai provocato e io te distruggo adesso, maccarone! Io me te magno…” chiunque sa che Alberto Sordi la pronuncia in Un Americano a Roma di Steno, ma non tutti sanno che tra gli autori che l’hanno scritta c’era Ettore Scola, tra i nostri più grandi registi che martedì sera a 84 anni ci ha lasciato.

Non potrò mai dimenticare l’emozione che ho provato quando ho avuto l'opportunità di intervistarlo, lui che è stato uno dei maestri che mi hanno fatto venerare il cinema oltre ogni misura. Non c'è un film che lui ha scritto e che  ha diretto che io non abbia amato. Quando l’ho incontrato nel febbraio del 2012 è stata in occasione dell’adattamento teatrale del suo Che Ora è? Cosa chiedere, senza essere banali e rientrare nella retorica a colui che ha saputo raccontare con ironia e intelligente lucidità cosa è accaduto al nostro paese e come stava cambiando meglio di un antropologo attraverso una galleria di personaggi che anche se Brutti Sporchi e Cattivi non si potevano non amare? Schivo ma affabile, soprattutto con chi mostrava curiosità e voglia di conoscere, l’importante era non cadere nella celebrazione e il quel referenzialismo pedissequo che fa dimenticare il presente e non guardare verso il futuro. Non è un caso che il suo addio ufficiale al cinema l’abbia dato con Che strano chiamarsi Federico, con cui, a metà tra documentario e film, ha avuto ancora quella voglia di sperimentare una nuova strada.

Di Scola si sta dicendo tanto del suo cinema dall’inimitabile capacità di intrecciare i diversi generi all’impegno politico fino a quel suo sguardo tagliente con cui ha creato quegli uomini e quelle donne che ha raccontato in quelle immagini e in quelle parole coraggiose, spietate, ciniche e commoventi, sì perché prima di tutto Scola è stato uno strepitoso sceneggiatore, d’altra parte prima di esordire alla regia ha sceneggiato titoli come Il Sorpasso, I Mostri , La Grande Guerra, Fantasmi a Roma e Io La Conoscevo Bene.

Ma tra i tanti aspetti di quei capolavori che con impegno e leggerezza sono entrati nella storia e nel cuore e nella testa di cinefili e non, scelgo quello dell' enogastronomia.

Adesso chiudete gli occhi, premete il tasto Skip della vostra mente e passate in rassegna scena per scena i film di Ettore Scola,  i primi che vi vengono in mente e troverete un’inquadratura o una sequenza in cui il cibo dona l’assist a quel fotogramma.

E se partissimo da Che Ora è? Troveremo in un desolato ristorante di Civitavecchia Marcello Mastroianni, avvocato di successo, a pranzo con il riservato e non ambizioso figlio Massimo Troisi. Quella tavola, in cui arrivano antipasti di mare e terra, è il primo terreno in cui padre e figlio si scontrano recriminando azioni passate, facendo emergere le profonde differenze che li dividono compreso l’approccio che hanno con il cibo.

Ora siamo a Napoli dove ritroviamo Marcello Mastroianni ,  un po’ con lo stesso look in verità, che con l’amico ritrovato Jack Lemon mangia un mega babà passeggiando nella Galleria Umberto I. Mi riferisco a Maccheroni in cui l’archivista Antonio resuscita da uno stato di morte apparente a ora di pranzo quando un bel piatto di maccheroni al ragù è messo in tavola.

Marcello Mastroianni è stato tra gli attori prediletti dal regista: veste anche i panni dell’operaio Oreste in Dramma della Gelosia in cui si contende l’amore di Monica Vitti con il bel pizzaiolo Nello, alias Giancarlo Giannini ; e poi Mastroianni deve a Scola uno dei ruoli più belli della sua carriera l’omosessuale annunciatore radiofonico Gabriele in cui in Una Giornata Particolare divide una frittata con una Sophia Loren irriconoscibile e dimessa. Quel pranzo frugale è il simbolo di un amore impossibile e anche troppo rapido per un dramma che per Gabriele potrebbe essere dietro l’angolo.

Tanti sono gli attori amici che hanno affiancato Ettore Scola dando sempre il meglio di loro, che dalla carta degli script hanno dato vita a personaggi memorabili. E così ci sono Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Stefania Sandrelli in quello che è definito il suo capolavoro C’eravamo tanto amati: qui i richiami al cibo ne sono molti, trovando  a ognuno di esso una chiave di lettura: ci sono i banchetti e le cene voraci e ingorde della famiglia del palazzinaro gretto e ricco Aldo Fabrizi e quei pasti goliardici dal Re delle Mezzeporzioni, luogo in cui, in quell’immediato dopo guerra, attorno a quelle tavolate si condividevano pane, sogni e speranze per un futuro migliore. Ed è in quella trattoria tra una pasta e ceci e una forchettata di paiata che si rincontrano, si amano, litigano, per poi ritrovarsi per perdersi definitivamente l’infermiere Antonio, l’esaltato cinefilo Nicola e Gianni, l’avvocato asservito poi al capitalismo, ex partigiani uniti,  ma che quell’Italia alla vigilia del boom ha separato.  

Chi non si è riconosciuto in quei pranzi e riunioni familiari de La Famiglia, il film che l’ha portato alla quarta nomination all’Oscar e che nel 1987 mise d’accordo pubblico e critica mettendo insieme diverse generazioni di interpreti da Sergio Castellitto a Ricky Tognazzi, tutti capitanati da un Vittorio Gassman in stato di grazia, per raccontare 80 anni di una famiglia borghese del quartiere romano di Prati osservata dall’intellettuale Carlo, interpretato da Gassman. Molte sono le scene che, con lo scandire degli anni, riunisce i componenti acquisiti e di passaggio, intorno alla tavola dell’enorme appartamento - per chi non l’avesse visto il film è girato interamente in un unico interno – ed è in uno di questi momenti di aggregazione in cui la convivialità e il piacere di gustare un coniglio con patate sono spazzati via da un duello verbale sulla politica ( ma che in realtà nasconde altro ) tra Carlo/Gassman e Philippe Noiret, in un cammeo delizioso, in cui interpreta il fidanzato del momento della cognata di Carlo ( Fanny Ardant ) di cui da sempre è stato innamorato. Un vero esercizio di stile e di bravura.

E poi c’è La Cena, il suo terzultimo film, in cui ritornano alcuni dei suoi attori feticci ( Gassman, Giannini, Ardant, Sandrelli ). Di nuovo un film corale, di nuovo un unico interno, ma stavolta il campo d’azione è Arturo al Portico, il ristorante con quattordici tavoli, molti habitués, in cui attraverso le vicende dei vari clienti si esalta il sacro rito della conversazione che va a braccetto con quello della cena. A ispirare quel intimo ristorante, probabilmente sarà stato lo storico Otello alla Concordia, l’osteria in cui da sempre Scola frequentava con quella gente che insieme a lui hanno reso grande il nostro cinema.

Umilmente abbiamo voluto rendergli omaggio anche noi, guardando alcuni dei suoi film da un altro punto di vista, ma la verità è che morto un Ettore Scola chissà quando e se ne nascerà un altro. Il piacere di vedere e rivedere le sue pellicole si accompagna, senza retorica, alla malinconia di essere consapevole che quel grande cinema in cui tutto era perfetto se ne è ormai ufficialmente e inesorabilmente andato!

Antonia Fiorenzano