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On the stage
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Spesso, presi dal tran tran routinario di tutti i giorni, beviamo il nostro caffè mattutino con eloquente foga, mangiamo al volo un panino presi dalla moltitudine dei nostri impegni, ci sediamo sfranti davanti alla tv con un piatto al volo, sottovalutando l’importanza simbolica di ciò che consumiamo.

Fortunatamente, con occhio più analitico, possiamo renderci conto di quanto sia importante il cibo in una delle forme d’arte più eccelse esistenti, il teatro, dove il valore intrinseco di alcune pietanze viene svelato quasi in una ‘epifania’ di Joyceiana memoria.

Una delle pièces  dove è possibile riscontrare l’epifania di cui sopra (ed alle quali peraltro noi napoletani siamo particolarmente legati) è Questi Fantasmi del maestro Eduardo De Filippo che, interpretando il famoso Pasquale Lojacono, intenta una vera e propria filippica (analogie sul nome non volute!) sull’importanza di preparare un buon caffè, e il sottolineare il potere terapeutico di questa bevanda di cui noi del Sud facciamo particolarmente incetta:
“ […] Sul becco io ci metto questo coppitello di carta... Pare niente, questo coppitello, ma ci ha la sua funzione... E già, perché il fumo denso del primo caffè che scorre, che poi è il più carico, non si disperde […] prima di colare l'acqua, che bisogna farla bollire per tre o quattro minuti, per lo meno, prima di colarla, vi dicevo, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata […]  “
Un rito che, se osservato in tutti i suoi pedissequi passaggi, garantisce un momento di felicità ad ogni uomo; ma soprattutto un rito che – descritto in una commedia teatrale – si spoglia della sua veste routinaria e diventa pura arte.

Andando indietro nel tempo, tuttavia, non è difficile incontrare numerosissimi binomi tra il teatro ed il cibo. Cibo inteso come sinonimo di opulenza, maestosità, ma anche circondato dal mistero e da un significato più allegorico, come nelle opere di William Shakespeare. Uno degli esempi più calzanti è La tempesta dove Prospero, duca di Milano nonché mago, abita con la figlia Miranda su un’isola misteriosa assieme ad un esercito intero di spiriti. Sul finire del III atto, un gruppo di sventurati naufraghi, tra cui il re di Napoli, si trova a girovagare sull’isola. Prospero, che si è reso invisibile, li osserva, e decide di offrire loro qualcosa da mettere sotto i denti, ma proprio quando gli sfortunati si appropinquano al banchetto, uno spiritello lo fa sparire, lasciando i commensali a bocca asciutta e avvolti dal mistero.

Più avanti il cibo assume connotati decisamente meno goliardici; spesso simboleggia una misera sorte, come ricordiamo nella sempiterna attesa di Vladimiro ed Estragone che – in una delle opere prime di Samuel Beckett – dividono una misera carota allucinati da una fame metafisica aspettando Godot, colui che mai arriverà.
Come dimenticare poi il celebre ‘pollastro in salsa’ che la locandiera Mirandolina, nella commedia del 1753 Carlo Goldoni, prepara per fare innamorare il misogino Cavaliere di Ripafratta? Il ruolo del cibo come mezzo per attrarre un uomo assume toni senza dubbio avanguardistici per l’epoca in cui l’opera del drammaturgo veneziano è stata prodotta.

Insomma, un elemento che al giorno d’oggi viene svilito e spesso banalizzato, è in realtà vettore di messaggi importanti e a volte che contengono la chiave di lettura di moltissime opere.

Questi sopracitati naturalmente sono solo pochi esempi nel mare magnum della simbologia; e voi, perché non provate a osservare qualche commedia o tragedia sotto il punto di vista del cibo?
Fateci sapere quali significati diversi dal solito avete trovato!

Mary Sorbillo