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On the stage
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Inizia con questa citazione il mio incontro con Alessandra Asuni, protagonista di Matrici, un rito teatrale di cui è anche autrice insieme a Marina Rippa, recentemente ospitato nel Complesso Museale Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, di Napoli. Le due artiste fanno parte di un collettivo di nome F.PL. femminile plurale che tratta e opera con le donne e per le donne. Questa è la seconda tappa di un progetto che esplora il ciclo vita, morte e rinascita attraverso il mondo femminile. Il lavoro rievoca il parto come momento misterioso e sacro, come esperienza di relazione e sostegno con altre donne. Per la donna il parto ha un valore iniziatico, di passaggio da una condizione ad un’altra, dall’essere figlia ad essere madre. Il parto oggi viene consumato, nella maggioranza dei casi, in ambienti asettici e impersonali. Così si toglie alle donne il potere sull’atto creativo per eccellenza e il minimo che possa capitare è che altri scelgano per loro: come, dove e in quale giorno far nascere i figli.

Durante tutto il rituale Alessandra impasta un enorme pane di semola di grano duro, circa 5 kg con fatica e sudore mentre ascolta le storie delle nascite degli astanti, spettatori che divengono attori e mentre ne racconta di sue. Storie appartenenti alle tradizioni orali, all’antropologia, alla vita vissuta.

Cosa rappresenta il pane e come mai è usato come simbolo in questo rituale?

Ho scelto la semola di grano duro, che è gialla, dura da impastare ma che, unita all’acqua diventa una materia molto elastica e malleabile capace di creare cose importanti, sia cibo, quindi nutrimento, che sapienza, manualità, odori, sapori, profumi. In Sardegna, la mia regione di appartenenza, modellare il pane è una vera e propria arte figurativa. In tutte le grandi occasioni, cerimonie sacre, feste, eventi speciali, si creano sculture con il pane. Ogni casa ha la sua tradizione, i propri segreti, la propria “matrice”. La matrice, da noi chiamata “sa pintadera”  è un oggetto di forma circolare in terracotta, caratterizzata da un disegno geometrico usata come stampo o timbro per decorare il pane e anche per riconoscerne l’appartenenza quando si usavano i forni in comune. Ogni famiglia ha quindi il suo modo di panificare, di decorare, il proprio marchio, il proprio sapore, il proprio lievito madre. La matrice è lo stampo del pane e il marchio che si imprime dando la vita. L’impasto del pane rappresenta la tessitura per creare il racconto, in maniera simbolica ma anche concreta.  Il grano duro è materia elementare, semplice che crea e forgia unito al liquido. Da qui la similitudine con la nascita.

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Durante lo spettacolo impasti le forme di alcune dee della fertilità.

Le prime rappresentazioni di fertilità risalgono addirittura a 30.000 anni prima di Cristo. L’elenco è lungo. A partire dalle dee fino ad arrivare alle Madonne esiste una vasta gamma di esempi di icone di fertilità e maternità. Mi sono rifatta agli studi di Marija Gimbutas, che sostiene la teoria secondo la quale nell’epoca matriarcale, epoca del neolitico, non esistevano reperti di armi di difesa, soltanto strumenti per la caccia e che con la successiva epoca del patriarcato siano comparsi i primi strumenti di difesa della persona e del nucleo familiare. Non mi pare strano che le donne non abbiano mai avuto bisogno di armi. In una versione precedente del mio rito le dee erano nove come i mesi di gestazione. Ma diviene una fatica enorme impastarne tante senza farla diventare una lezione di etno-antropologia. Per cui, ho scelto di illustrare le più salienti. 

In Matrici, accenni anche alle Domus de janas.

Mia nonna mi raccontava che il travaglio, che si svolgeva in casa, era fatto di lunghe attese nelle quali, per far rilassare la puerpera si raccontavano storie. Di fate, di spiriti, di tradizioni. Le domus de janas sono le case delle fate. Enormi buchi nelle rocce che risalgono al neolitico recente fino all’età del bronzo antico. Sono strutture che caratterizzarono tutte le zone della Sardegna prenuragica. Ne sono state ritrovate più di 2.400, circa una ogni chilometro quadrato, e molte rimangono ancora da scavare. Davanti alla mia casa natale a Monastir, potevo vederle sulla montagna di fronte. Le janas avevano la conoscenza delle erbe, della medicina, della stregoneria. Aiutavano la comunità.

Carmen Vicinanza