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A Napoli, in una curva di via Salvator Rosa, dove il sole illumina gli antiquari e i vessilli di una borghesia che sta sparendo, sugli specchi incorniciati d’oro e stucco orfani della cartolina della Bella OTERO. Tra le marine, gli oli su teli ed i candelabri che attraversavano stanze infilate l’una nell’altra sui piedi calzati da pattine. Dove ancora i bicchieri di cristallo cesellato del Rosolio pretendono di avere un senso.

E’ in questa curva che ogni mattina la città mi regala il suo volto più moderno, tra un comò ed PHONE POINT, tra un Western Union ed una tela di Casciaro. Qui confluiscono i vicoli brulicanti di popolo indigeno e la comunità Singalese.

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Ci siamo io, Eric Mingus (si, il figlio di Charles) ed il batterista Sim Cain ad Avellino, in un ristorante che si chiama “Malaga” e fa tanta cucina spagnola.

Sembra un incrocio tra un sogno ed in incubo, ma è davvero accaduto.

L’8 luglio del 2001.

E’ ovviamente una situazione surreale come solo la realtà sa creare.

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Gli americani le hanno battezzate torch song, si chiamano così perché l’io narrante (e cantante) si strugge per un amore on corrisposto o finito o segreto. Insomma è chiaro: c’è del dolore. 

Chi canta soffre e soffre cantando, o canta soffrendo. Non è corrisposto, non è stimato, non è rispettato, è deriso, sfruttato, abusato.

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