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Nell'anno dell'Expo cosa c'è di più pertinente di uno spettacolo sull'alimentazione ai tempi di YouTube e della comunicazione video?  Noi di inFOODation siamo andati al Teatro Mercadante per la prima di Tutto fa brodo, produzione indipendente della compagnia milanese  “I Becchi", che ha presentato il suo lavoro al Fringe, rassegna collaterale del Napoli Teatro Festival Italia.

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Si è conclusa da pochi giorni la 68esima edizione del Festival di Cannes e con essa si è irrealizzato il sogno dei tre registi italiani in concorso - Nanni Moretti con Mia madre, Matteo Garrone con Il racconto dei racconti e  Paolo Sorrentino con Youth - la giovinezza - che restano a bocca asciutta; ma la gara non è finita e i tre film sono ora in concorso al Nastro d'argento candidati nella categoria 'Regista del miglior film'. Il successo di un film non si misura dai premi portati a casa ma dal gradimento del pubblico e queste tre opere hanno avuto, grazie al festival di Cannes, visibilità e stanno riscontrando grande favore dagli spettatori.

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Dagli albori della storia della nona arte, fumetto e cibo hanno camminato insieme. Basti pensare alla funzione pedagogica di Popeye (al secolo, in Italia, Braccio di Ferro), nato per educare i bambini all'importanza del mangiar sano, in contrapposizione con l’allarmante diffondersi del junk food, rappresentato dal pingue ingurgita-panini Poldo.Il cibo ha sempre avuto un importante carattere iconico in fumetti e cartoni: basti pensare alla pizza delle Tartarughe Ninja, al ramen di Naruto, il cui nome deriva proprio dalla rondella presente nella pietanza nipponica, e gli spaghetti della famosa scena di Lilly e il Vagabondo, classico Disney che richiama fortemente la tradizione culinaria italiana. Ce n’è per tutti i gusti, con riferimenti ad ogni parte del mondo. Tra gli esempi più famosi, che vi faranno venire in mente romantiche reminiscenze preadolescenziali, come dimenticare i cestini da pranzo ripieni di ogni tipo di sushi, meravigliosamente disegnati con tanto di occhietti e boccuccia stilizzate, presenti in ogni shojo manga (fumetto giapponese per signorine) o anime (denominazione per i cartoni animati giapponesi) ad ambientazione scolastica che si rispetti? E, ancora, tutto il riso del mondo, onnipresente, soprattutto in forma di Onigiri (polpette di riso, appunto, ripiene e di forma triangolare, chiuse con alga essiccata), il dolcissimo cagnolino protagonista di Hello Spank! che, armato di bavetta, forchetta, coltello e seduto a tavola, divora qualunque cosa gli capiti a tiro, la carota di Bugs Bunny e Snoopy, con la sua fame eterna, sono solo una parte dei rimandi al mondo della cucina che il fumetto offre... diciamolo: anche i protagonisti della nona arte mangiano... e tanto! Impossibile non nominare le ciambelle di Homer, croce e delizia della sua vita o, meglio, del suo girovita, alimentato dal dolce nettare giallo, la birra, per il cui amore è diventato persino contrabbandiere, con il costante riferimento al bar di Boe (Moe's in originale). 

Chicca per veri appassionati e incentivo per provare un piatto diverso, gli Okonomiyaki di Ukyo in Ranma 1/2 o di Marrabbio (vi dice niente Kiss Me Licia?- Ai Shite Knight). La parola letteralmente, significa ‘mettere sulla piastra quello che volete’, e rappresenta una sorta di pizza, originaria di Osaka, che in Giappone può essere farcita in modo vario, anche se si preferisce la carne. Fanno venire l’acquolina le crostate di Nonna Papera, che vizia il nipote Ciccio, la Ratatouille dell’omonimo cartoon Disney e i dorayaki, panini dolci di cui Doraemon è ghiotto. Uno sguardo particolare agli italiani, che non sono certo da meno: per un Dylan Dog vegetariano e astemio, mamma Bonelli prevede un Tex Willer che ordina al saloon ‘una bistecca alta tre dita con intorno una montagna di patatine fritte’.

Su questi sapori di carta, non ci resta che augurare un buon Comicon a tutti da Infoodation.

E se il Salone Internazionale del fumetto di Napoli fosse un cibo, quale sarebbe?

Chi scrive non ha dubbi: una strepitosa torta Sacher con cioccolato fuori e marmellata al centro, dolce all’esterno e, scavando a fondo, ancora più gustosa!

Emma di Lorenzo

Da qualche anno si è sviluppata la bellissima abitudine di portare la cucina in teatro. Non alla maniera del Sabato, Domenica e Lunedì di Eduardo De Filippo, dove gli attori, da copione, si riuniscono intorno a una tavola e mangiano davvero un bel ragù preparato in anticipo dietro le quinte, almeno nella fortunatissima versione di Toni Servillo, il cast tutto, riunito a tavola mangiava per davvero.

Quello di cui parlo è proprio cucinare in scena, panificare in scena, far degustare a pubblico e ad attori. Vari esperimenti si sono succeduti nel corso degli anni. Ha cominciato la Compagnia delle Ariette, in Emilia Romagna, ricordo ancora un bellissimo spettacolo, in cui si mangiava le tagliatelle fatte e cucinate dagli attori, coi prodotti coltivati nella loro azienda agricola, dove raccontavano la loro esperienza di attori-contadini. Lo spettacolo debuttò a Volterra Teatro nel 2000 e da allora è diventato un organismo vivente che è cresciuto, si è modificato, è andato in Europa, ha fatto più di 600 repliche in giro.

Anche a Napoli, non poteva mancare il Teatro in Cucina, da un’idea, testi e ricette di una cultrice della buona tavola, Rosi Padovani. Il format, che ha fatto anche due edizioni del Napoli Teatro Festival, prevede che in ogni spettacolo si prepari una ricetta, c’è una storia, beghe, amori, incontri, scontri e incomunicabilità umana mentre il cibo si prepara e si mangia. C’è stata la Genovese, Il Ragù, la Parmigiana di Melanzane e il Curanto Cileno, (culture a confronto con protagonisti Antonella Morea e Horacio Duran Vidal), il Sartù. Di prossimo allestimento è il Gattò di Patate e la Cassoeula Milanese, che vi prometto, andrò a seguire per voi tutti.

C’è un ulteriore spettacolo dal nome Teatro Cucina, di una compagnia milanese, attiva con questo progetto dal 2001. Un menù curato dallo chef Davide Oldani, una pièce che mette in scena "un banchetto supremo, dove i pensieri, le azioni, le emozioni sono tutti ingredienti" e il pubblico diviene protagonista assieme agli attori, al musicista e al cibo stesso.

L’idea di base era l’esigenza di ricreare nel rapporto spettatore attore, la stessa intimità che si ottiene a tavola, nella convivialità, la colonna sonora dello spettacolo è costituita da sonorità dal vivo fatte conpiatti di metallo, darbuka, bicchieri di vetro, bouzouki, cucchiaie di legno e steel pan. Il cibo, concepito come medium emozionale, è tra i protagonisti dello spettacolo, per raccontare la vita, non una in particolare, ma quella in cui ognuno si riconosce, attraverso piccoli gesti, memorie di suggestioni, odori, sensazioni.

E adesso, ditemi che non vi è venuta voglia di partecipare a uno di questi “succulenti” spettacoli teatrali.

Carmen Vicinanza

 

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