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Si torna a parlare di cibo, si torna a puntare Napoli e prodotti simbolo della cultura partenopea. Della diatriba riguardo al caffè ricorderete per un editoriale di alcuni mesi fa su Tarallucci & vin, firmato dal sottoscritto. Nell’ultima puntata, invece, si è parlato di pizza guidando il telespettatore a una scelta di qualità saldamente ancorata a ricerche mediche e insigni opinioni di settore. L’accusa alla pizza arriva su tre fronti, parte da Napoli, fa il giro d’Italia e torna a Partenope nel vago tentativo di riabilitare la città e il suo prodotto simbolo dopo quaranta minuti di canzonata figura di merda. I fronti sono la pulizia dei forni e la cancerogenicità della cottura in forno a legna, la qualità delle materie prime e i tempi di lievitazione. E’ già il terzo attacco video a prodotti della cultura gastronomica italiana che parte con un dipinto cupo di Napoli. Report (sul cui sito ci attendono simpatici popup con la pubblicità del Mulino Bianco) non sembra amare particolarmente il capoluogo campano: ormai è sotto l’occhio di tutti.

Un viaggio tra le macerie della pizza, tra pareri medici e assaggi a campione. Giudice super partes Vincenzo Pagano, direttore di Dissapore Media, le cui competenze nel campo della pizza lasciano alquanto perplesso il nostro Luciano Pignataro. Un po’ anche noi. L'intervista al direttore dell'AVPN sembrava costruita sul filo di una mordace ironia, volta a screditare l'affidabilità dell'associazione nel controllo sistematico dei propri associati e della condotta produttiva.

Dubbi a parte, pagano o giudeo che si voglia, l’analisi dei forni non concede pizza puntata report raismentita: le grigliature a carbone, gli arrosti, le cotture a fuoco diretto impregnano le superfici esterne degli alimenti di carburi ad alto potenziale cancerogeno. Se volete morire sanissimi, come nella canzone degli Skiantos (colonna sonora della puntata, beffarda al punto giusto), dovreste evitare accuratamente questi metodi di cottura.

Non lo consiglio. Non sono un medico, intendiamoci, ma un pensatore convinto della libertà di scelta. Il campo del piacere, vano premio di consolazione in questa vita terrena, va liberato dalle briglie della legge. Le regole ci ingabbiano e l’Unione Europea bussa alle nostre porte costantemente per richiedere adeguamento agli standard internazionali, sacrificando la nostra identità culturale.

A che prezzo? Il prezzo è l’omologazione del prodotto in nome della sanità. Castrare i sensi per il giubilo del corpo e della salute: un sacrificio discutibile. Gli studi sul cancro hanno dimostrato che la predisposizione genetica unita a regole di condotta esistenziale considerate a rischio (fumo, alcool, cibo, smog, ma anche i fumi e gli scarti dei poli industriali che lavoratori senza volto respirano tutti i giorni in ogni angolo del mondo) sono fattori unici concatenati che predispongono allo sviluppo della patologia. A meno di voler vivere sotto la proverbiale campana di vetro, restiamo tutti esposti a sostanze nocive. Inutile negarsi il gusto di una pizza cotta in forno a legna. Giusto invece, vigilare, scegliere qualità e tracciabilità e affidarsi esclusivamente ad artigiani preparati con costante cura della qualità. Sembra banale, ma il consumatore ha libertà di scelta che influenza inevitabilmente il mercato bilanciando domanda e offerta, decidendo successi e fallimenti.

Scegliere bene è un dovere di cittadino. Avvilire tradizioni secolari profondamente inculcate in una cultura è un crimine contro l’umanità. Come sempre, in medio stat virtus.

Luigi Orlando