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Expo 2015. Un po’ di storia, per cominciare. Londra, 1851, Esposizione internazionale del lavoro industriale di tutte le nazioni, l’apogeo della rivoluzione industriale in patria, la celebrazione di uno sterminio premeditato, quello perpetrato ai danni dell’artigianato, dall’invenzione della prima macchina a vapore fino ai giorni nostri.

A Parigi 4 anni dopo, trovano spazio l’agricoltura e le arti. Napoleone III ordina l’allestimento di un salone del vino con i produttori di Bordeaux in sfilata. La classificazione degli Chateaux in cinque Cru Classé venne effettuata in quest’occasione ed è tutt’oggi valida. Metro di giudizio fu il prestigio del castello produttore e il costo del vino, che all’epoca era direttamente proporzionale alla qualità. L’Italia espose divisa nei diversi regni che frazionano la penisola.Segue oltre un secolo di noiosa storia burocratica, protocolli, definizioni e la fiera dei politicanti e delle istituzioni create ad uopo: le esposizioni internazionali o universali, nate come sfilata della nuova magnifica e progressiva era industriale, sono diversificate in base a rilevanza e tematica. Si apre una nuova Era, in cui l’evento acquisisce rilevanza socio-culturale, mescolando al semprevivo leitmotiv della fiera-show un valore di riflessione collettiva.

Poco più di un mese ci separa dall’Expo 2015 di Milano, la terza e-sposizione universale (Prima Categoria secondo classificazioni successive) che l’Italia ha ospitato dopo Milano 1906, Torino 1911 il fallimento di Roma 1942 causa Guerra Mondiale, di cui resta soltanto il ricordo architettonico nelle geometrie del quartiere EUR, costruito per ospitare la manifestazione. Abbiamo già parlato degli scandali e delle tangenti in pieno stile Bel Paese che hanno accompagnato l’evento nello scorso anno: nulla di nuovo sotto il sole nella patria mondiale del malaffare e della burocrazia, come saggiamente riconosce il premio Nobel Amartya Sen nel suo Globalizzazione e libertà (1992), paragonandoci al Messico dei cartelli della coca. Alcuni mesi fa, Slow Food ha evidenziato le scorrettezze nella selezione e accesso dei produttori di vino all’Expo, che sembrerebbe di fatto escludere le piccole realtà produttive, un tema approfondito dai media di settore, sul quale ci siamo astenuti da valutazioni a rischio diffamazione. Oggi si torna a parlare dell’evento e si torna a farlo sulla stampa di larga diffusione. E’ notizia recente l’accordo di sponsorizzazione e partnership tra Expo 2015 e le multinazionali Coca-Cola e McDonalds. La polvere sollevata, simile a una tormenta del deserto, ha addirittura attirato l’attenzione delle reti nazionali con una puntata dedicata di Ballarò, oltre al consueto turbinio di opinioni della Rete, dai blog ai vari forum, fino alle testate più note. 

Nutrire il Pianeta, energia per la vita è il tema dell’Expo di Milano, un argomento di cruciale importanza per il futuro dell’ecosistema terrestre, mentre ci avviciniamo drammaticamente agli otto miliardi di popolazione mondiale con un miliardo di persone denutrite e senza accesso all’acqua potabile. E’ un po’ quanto afferma Oscar Farinetti, patron di Eataly ed ex proprietario di UniEuro, benedicendo simbolicamente la presenza di due colossi del junk food: McDonald's sfama settanta milioni di persone al giorno con costi decisamente irrisori ed è certamente più salutare un bicchiere di Coca-Cola che l’acqua pestifera delle bidonville di Port-au-Prince. Lo sfruttamento massiccio del territorio, lo sproporzionato consumo di acqua potabile, così come l’imposizione di sementi e tecniche di allevamento intensivo hanno poco peso sulla bilancia ideologica di alcuni imprenditori del cibo. Per nutrire il Pianeta, c’è bisogno di materiale a basso costo: un dato di fatto che mette a tacere i più nobili ideali. Spremere il pianeta, energia per le multinazionali, sarebbe un’interessante spunto di riflessione per un controExpò.

Le culture alimentari, le tradizioni, le tecniche produttive in equilibrio con l’ecosistema, i sistemi integrati di produzione a chilometro zero e le forme di scambio comunitario del cibo e dei servizi perdono significato di fronte al Dio denaro, che orienta le nostre esistenze come il faro di punta Licosa preda delle sirene omeriche. Le necessità di un pianeta fuori controllo giustificano e alimentano i giganti dell’industria alimentare che offrono ingenti quantità di cibo a un prezzo accessibile, addirittura per i dipendenti sottopagati delle stesse multinazionali. Le iniziative populistiche e l’investimento nella ricerca, mascherano ettari di foreste abbattute per il mangime, ettolitri di acque reflue imbevute di conservanti e scarti di lavorazione rovesciati negli oceani intorno al globo. Possiamo con giustificato pessimismo guardare fiduciosi al futuro: Slow Food e gli altri paladini del buon gusto a tavola non ci libereranno dalla Monsanto e dalla Nestlè (San Pellegrino, sponsor Expò 2015, così come dell’annuale guida The World’s 50 Best Restaurants, è parte del gruppo), l’autoproduzione e il ritorno alle comunità non ci salveranno dal tracollo del pianeta. Se domattina uno di questi signori vi offrisse un contratto decente, avreste il coraggio di rifiutare per il futuro dei vostri figli?

Manca meno di un mese e mezzo all’Expo di Milano 2015: c’è ancora tempo per organizzarsi e gustare una delle nuove ricette McDonald’s nel padiglione-ristorante da 300 coperti, brindando col calice ricolmo di Coca Light. Santè!

Luigi Orlando