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Rilanciare una zona di confine? Si può e a quanto pare Napoli lancia la sua sfida preparando una nuova azione che coinvolge giovani artisti impegnati in un’importante opera di riqualificazione.

Il Premio Centro Direzionale per l’arte, promosso dal primo spazio coworking di Napoli Rework, nasce infatti proprio con l’intento di rilanciare l’immagine del Centro direzionale e renderlo polo attrattivo con cultura, arte e musica. L’idea è di coinvolgere i giovani artisti under 45 sul tema: “Ripensiamo il presente e il futuro del business center di Napoli”, per riappropriarsi di un pezzo di città e ridisegnarne le finalità in vista della formazione di una nuova anima urbana. Le opere che possono concorrere appartengono alle molteplici forme delle arti visive: pittura, scultura, foto, video-arte  e illustrazioni. Oggetto: lo skyline del Centro direzionale, i suoi piani orizzontali, le geometrie atipiche per il territorio. Il vincitore sarà premiato con 1000 euro. Le venti opere finaliste saranno esposte nello spazio “Re.Work” per un mese. E’ la prima mostra d’arte ospitata al Centro direzionale. La prima di molte altre in cantiere.

Re.work è impianto architettonico d’avanguardia, corredato da un design d’interni di eccellenza, che offre ai “coworker” molte soluzioni e tanto comfort: 100 postazioni, spazi per riunioni, zone relax e aree meeting, e a anche bistrot per appuntamenti gastronomici.

Per conoscere le modalità di partecipazione al concorso ma anche per essere aggiornati su tutti gli appuntamenti in fieri come il Sound Food,  pranzi musicali a cura dell’associazione “Frammenti” che prepareranno menù di prima scelta fatti con prodotti biologici, gli happy hour di fine giornata, i corsi di pasticceria, tra i quali, prossimamente  sarà prvisto uno organizzato da Le cuoche in giro tutto incentrato sulla gastronomia partenopea e poi ci saranno i corsi di fotografia oppure i workshop di formazione, consultare il sito www.reworkspace.it.

A.C.

 

 

McDonald’s Italia torna a far parlare di se. Il nuovo spot della multinazionale statunitense non smette di suscitare polemiche e reazioni mediatiche: in una pizzeria come tante, uno spensierato e sorridente bambino chiede un Happy Meal davanti al volto basito di un'attempato cameriere.

Accade a poche settimane dall’inattesa presenza del colosso statunitense all’Expo di Milano, di cui vi abbiamo parlato in un  su InFOODation, ma soprattutto in piena fase di candidatura della “Arte dei Pizzaiuoli napoletani”, simbolo del made in Italy nel mondo, a Patrimonio dell’umanità Unesco. Anche di questo vi avevamo già parlato in un articolo di alcuni giorni fa. Una scelta anacronistica, di poco gusto nell'era di Slow Food e del chilometro zero, che merita in pieno l’aggettivo blasfemo con il quale i pizzaioli e la pubblica opinione partenopea hanno commentato lo spot incriminato. Quando l’assurdo e il paradossale prendono fisionomie reali non si può che rimanere di stucco, ma quando la questione coinvolge una delle pietanze più note al mondo, in un circolo di polemiche e mosse commerciali, si passa alla fantascienza grottesca, seppure drammaticamente reale  

Le reazioni indignate non si sono lasciate attendere. Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi trai promotori della candidatura Unesco, ha lanciato una petizione sulla piattaforma change.org chiedendo il ritiro dello spot in quanto è “una offesa alla pizza e al Made in Italy”. Il vice presidente della camera Luigi di Maio invece ha chiesto addirittura “la rimozione dello sponsor all’Expo” oltre alla minaccia di “un esposto all’ Agcom”. Se a livello politico regna l’assoluto risentimento, a Napoli si è scatenata la reazione dei pizzaioli dell’Associazione Verace Pizza Napoletana e del popolo culminata con la distribuzione di pizze a libretto ai bambini dinanzi a una delle sedi McDonald’s in città. Due colossi come Ciro Oliva e Gino Sorbillo sono scesi in campo, con campagne e menù dedicati ai più piccoli sulla falsariga di quelli  della multinazionale americana. In seconda battuta abbiamo assistito all’iniziativa di Sergio Miccù, presidente dell'associazione pizzaioli napoletani, e Francesco Emilio Borrelli, che hanno organizzato l'esposizione del burger McDonald’s accanto a una pizza in diversi locali napoletani per mettere in primissimo piano la differenza abissale che intercorre trai due prodotti.

Il colpo del K.O lo ha dato Egidio Cerrone, noto autore del blog gastronomico Le avventure culinarie di Puok e Med. Il video virale ribalta lo spot McDonalds e oppone alle tetre patatine con hamburger dell’Happy Meal i colori e il sinestetico connubio di aromi e sapori di un prodotto tradizionale come la pizza napoletana.

 

Sembrerebbe un Davide contro Golia dei giorni nostri, ma come la storia ci insegna, per vincere una guerra molte volte bastano spirito di squadra, un corpus unico di alleati che reagiscono all’unisono e tanto amore e convinzione per il motivo per cui si sta combattendo. I McDonald’s in Italia sono 510, Expo escluso, le pizzerie sono oltre il migliaio solo a Napoli e dintorni.  E per un capolavoro popolare come la pizza questo è il minimo.

Massimiliano Guadagno

Jats Taccola. Si chiama così la bevanda giapponese che sta spopolando tra i giovani. E se, per assonanza, avete associato questo nome ad una parola “nasale”, non preoccupatevi perché non siete i soli.

La particolarità di jats Taccola è che è la prima cola al gusto di aglio. Proprio così, e pare anche che i giapponesi siano molto orgogliosi della loro ultima trovata. Polvere di aglio finemente macinato e cola: nasce così la bevanda prodotta nella prefettura di Aomori, considerata la capitale dell'aglio del Sol Levante, da
 cui proviene il 70% della produzione giapponese.

Ma non è l’unico prodotto a base di aglio. Sempre in Giappone vengono venduti infatti anche cioccolatini, gelati e birre all’aglio. De gustibus.

La cola all’aglio, in vendita esclusivamente in Giappone al costo di 199 yen (circa 1,50 euro), pare abbia subito numerosi test e perfezionamenti prima di essere lanciata sul mercato. Il risultato? Una cola dall’aroma molto forte ma senza il gusto pungente tipico dell’aglio che promette di portare benefici anche al cuore.

Sarà anche buona, ma io sto con i vampiri!

 

Annarita Costagliola

 

 

A quanto pare, se siete ragazze giovani e avventi e volete sfondare nel mondo della gastronomia di matrice “youtubersiana” non dovete far altro che mettervi in topless.

O almeno è questo quello che ha pensato la nostra giovane protagonista, una ragazza di ventiquattro anni argentina che, mano ai fornelli e coprendo giusto le nudità più eclatanti, impartisce al popolo della rete vere e proprie lezioni di cucina.

La trovata, che ha avuto un enorme riscontro in rete, è ovviamente un modo come un altro per tentare di crearsi un alibi per la messa in mostra delle proprie grazie, in barba alle battaglie a difesa della dignità delle donna che qui vengono praticamente cancellate.

Bastano infatti pochi video per accorgersi della bieca trovata e, se questo non bastasse, la disamina dei video ci propone continui ammiccamenti, inquadrature “generose”, e soprattutto una assoluta inutilità del tutto (dove il piatto più complesso è una sorta di hot dog al forno).

L’invito non è tanto rivolto alla ragazza (la cui moralità è oramai bella che andata), ma a Youtube stesso che dovrebbe cominciare a approvare con maggior criterio i video proposti dagli iscritti.

Clicca qui per vedere il video incriminato

 Massimiliano Guadagno

Come fare dell’ottimo street marketing ad un (relativo) basso costo?

Offri la colazione per 24 giorni ai tuoi clienti se…si presentano alla cassa in pigiama.

Una iniziativa divertente e divertita quella della più nota catena di fast food, capace indubbiamente di propagarsi viralmente sia fuori che dentro la rete e che già è divenuta un successo.

Eppure, nonostante tutto, questa trovata ha attecchito solamente in scarsa misura nel territorio di Partenope. Le cause possono essere varie, tra cui molti annoverano un certo imbarazzo più deciso in una città ancora poco tollerante per operazioni del genere e per il “diverso” in generale.

O forse, più probabilmente, il napoletano medio è un gran cultore, un raffinato estimatore dei suoi preziosi gioielli enogastronomici. E questo lo sanno bene le varie caffetterie e bar, in quanto alcune delle quali hanno avanzato una contro-proposta: cappuccini, cornetti, babà e sfogliatelle gratis a chiunque avesse portato oggetti tipici della tradizione napoletana.

Una mossa forse ancora più innovativa e decisa nella sua venatura più profonda: è il territorio che, finalmente conscio dei suoi mezzi qualitativamente superiori, si oppone alla grande distribuzione, all’industrializzazione selvaggia, alla banalizzazione scellerata degli alimenti.

E noi siamo ovviamente dalla loro parte.

Sempre.

Massimiliano Guadagno

Expo 2015. Un po’ di storia, per cominciare. Londra, 1851, Esposizione internazionale del lavoro industriale di tutte le nazioni, l’apogeo della rivoluzione industriale in patria, la celebrazione di uno sterminio premeditato, quello perpetrato ai danni dell’artigianato, dall’invenzione della prima macchina a vapore fino ai giorni nostri.

A Parigi 4 anni dopo, trovano spazio l’agricoltura e le arti. Napoleone III ordina l’allestimento di un salone del vino con i produttori di Bordeaux in sfilata. La classificazione degli Chateaux in cinque Cru Classé venne effettuata in quest’occasione ed è tutt’oggi valida. Metro di giudizio fu il prestigio del castello produttore e il costo del vino, che all’epoca era direttamente proporzionale alla qualità. L’Italia espose divisa nei diversi regni che frazionano la penisola.Segue oltre un secolo di noiosa storia burocratica, protocolli, definizioni e la fiera dei politicanti e delle istituzioni create ad uopo: le esposizioni internazionali o universali, nate come sfilata della nuova magnifica e progressiva era industriale, sono diversificate in base a rilevanza e tematica. Si apre una nuova Era, in cui l’evento acquisisce rilevanza socio-culturale, mescolando al semprevivo leitmotiv della fiera-show un valore di riflessione collettiva.

Poco più di un mese ci separa dall’Expo 2015 di Milano, la terza e-sposizione universale (Prima Categoria secondo classificazioni successive) che l’Italia ha ospitato dopo Milano 1906, Torino 1911 il fallimento di Roma 1942 causa Guerra Mondiale, di cui resta soltanto il ricordo architettonico nelle geometrie del quartiere EUR, costruito per ospitare la manifestazione. Abbiamo già parlato degli scandali e delle tangenti in pieno stile Bel Paese che hanno accompagnato l’evento nello scorso anno: nulla di nuovo sotto il sole nella patria mondiale del malaffare e della burocrazia, come saggiamente riconosce il premio Nobel Amartya Sen nel suo Globalizzazione e libertà (1992), paragonandoci al Messico dei cartelli della coca. Alcuni mesi fa, Slow Food ha evidenziato le scorrettezze nella selezione e accesso dei produttori di vino all’Expo, che sembrerebbe di fatto escludere le piccole realtà produttive, un tema approfondito dai media di settore, sul quale ci siamo astenuti da valutazioni a rischio diffamazione. Oggi si torna a parlare dell’evento e si torna a farlo sulla stampa di larga diffusione. E’ notizia recente l’accordo di sponsorizzazione e partnership tra Expo 2015 e le multinazionali Coca-Cola e McDonalds. La polvere sollevata, simile a una tormenta del deserto, ha addirittura attirato l’attenzione delle reti nazionali con una puntata dedicata di Ballarò, oltre al consueto turbinio di opinioni della Rete, dai blog ai vari forum, fino alle testate più note. 

Nutrire il Pianeta, energia per la vita è il tema dell’Expo di Milano, un argomento di cruciale importanza per il futuro dell’ecosistema terrestre, mentre ci avviciniamo drammaticamente agli otto miliardi di popolazione mondiale con un miliardo di persone denutrite e senza accesso all’acqua potabile. E’ un po’ quanto afferma Oscar Farinetti, patron di Eataly ed ex proprietario di UniEuro, benedicendo simbolicamente la presenza di due colossi del junk food: McDonald's sfama settanta milioni di persone al giorno con costi decisamente irrisori ed è certamente più salutare un bicchiere di Coca-Cola che l’acqua pestifera delle bidonville di Port-au-Prince. Lo sfruttamento massiccio del territorio, lo sproporzionato consumo di acqua potabile, così come l’imposizione di sementi e tecniche di allevamento intensivo hanno poco peso sulla bilancia ideologica di alcuni imprenditori del cibo. Per nutrire il Pianeta, c’è bisogno di materiale a basso costo: un dato di fatto che mette a tacere i più nobili ideali. Spremere il pianeta, energia per le multinazionali, sarebbe un’interessante spunto di riflessione per un controExpò.

Le culture alimentari, le tradizioni, le tecniche produttive in equilibrio con l’ecosistema, i sistemi integrati di produzione a chilometro zero e le forme di scambio comunitario del cibo e dei servizi perdono significato di fronte al Dio denaro, che orienta le nostre esistenze come il faro di punta Licosa preda delle sirene omeriche. Le necessità di un pianeta fuori controllo giustificano e alimentano i giganti dell’industria alimentare che offrono ingenti quantità di cibo a un prezzo accessibile, addirittura per i dipendenti sottopagati delle stesse multinazionali. Le iniziative populistiche e l’investimento nella ricerca, mascherano ettari di foreste abbattute per il mangime, ettolitri di acque reflue imbevute di conservanti e scarti di lavorazione rovesciati negli oceani intorno al globo. Possiamo con giustificato pessimismo guardare fiduciosi al futuro: Slow Food e gli altri paladini del buon gusto a tavola non ci libereranno dalla Monsanto e dalla Nestlè (San Pellegrino, sponsor Expò 2015, così come dell’annuale guida The World’s 50 Best Restaurants, è parte del gruppo), l’autoproduzione e il ritorno alle comunità non ci salveranno dal tracollo del pianeta. Se domattina uno di questi signori vi offrisse un contratto decente, avreste il coraggio di rifiutare per il futuro dei vostri figli?

Manca meno di un mese e mezzo all’Expo di Milano 2015: c’è ancora tempo per organizzarsi e gustare una delle nuove ricette McDonald’s nel padiglione-ristorante da 300 coperti, brindando col calice ricolmo di Coca Light. Santè!

Luigi Orlando

 

 

 

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