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Essere e benessere
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Dagli altipiani tibetani alle tavole nordeuropee, le bacche dell’olivello spinoso o “ananas di Siberia” mettono tutti d’accordo: sono da sempre curative, ma anche piccoli scrigni succosi e aciduli che si trasformano in succulente salse di accompagnamento a carni di maiale o selvaggina e pesci grassi, o in confetture, sciroppi e gelatine; addirittura i siberiani ne ricavano un’avvolgente vodka. Sarà proprio per le sue virtù che l’arbusto selvaggio trova spazio in un’antica leggenda greca, secondo cui lo si usava per mettere all’ingrasso i cavalli e rendere lucido il loro pelo.

Insomma, nonostante le sue origini remote, l’olivello resiste al passare del tempo e anzi di esso praticamente non si scarta nulla: le foglie, la scorza, i semi sono pressati a freddo per ottenere preziosi oli ed estratti che in terra cinese finiscono in bevande energetiche destinati agli sportivi. I piccoli alleati della tradizionale medicina orientale si stanno, dunque, facendo largo anche in cosmesi, in creme antietà, prodotti farmaceutici, ma a maggior ragione in cucina. Sarà per l’alto contenuto di vitamina C, E e omega 3, sarà per i benefici effetti o per la rarità della pianta, ma oggi l’olivello sta vivendo la sua stagione florida, grazie alla sua applicazione in svariate preparazioni gastronomiche, spaziando dalla Gran Bretagna, ai Paesi scandinavi fino alla Russia e alla sua area di provenienza, l’Asia centrale.

A pensarci bene, sembra così bizzarro che tale pianta, resistente a diverse condizioni climatiche e a suoli disparati, sia possibile ritrovarla tanto negli spartitraffico delle autostrade quanto in piatti e cibi gustosi.  

Ha faticato a diffondersi in ambito europeo, tant’è vero che accadrà solo dopo la Seconda guerra mondiale, ma a quanto pare l’olivello spinoso risulta adatto a chi è avvezzo a sperimentare pietanze dai sapori decisi e inconsueti, fosse solo per il suo peso storico millenario e il suo valore terapeutico.

Sabrina Riccio