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La Junk Food Addiction esiste, ed è paragonabile alla dipendenza da droghe.

Lo dimostra un recente e approfondito studio dell’Università del Michigan, nato sulle orme di quanto constatato dall’analoga ricerca del 2010 dello Scripps Research Institute in Florida, eseguito su alcuni cibi presenti sul mercato e concepiti in modo da contenere una notevole quantità di grassi e carboidrati raffinati attraverso una particolare elaborazione artificiale perché creino dipendenza nei consumatori.

Si tratta del famoso cibo spazzatura, tanto amato quanto odiato, a giudicare dal desiderio incontenibile che ci porta a consumarlo e che rende così difficile il ripiegare verso una dieta più sana ed equilibrata.

Ma come si spiega il successo di questi prodotti tanto osannati dai golosi e drasticamente etichettati dai medici?

 

Le sostanze presenti in natura che creano dipendenza sono in realtà piuttosto rare, ma sono state alterate o elaborate in modo che aumentino la loro capacità di assuefare l’avventore. L’uva, ad esempio, viene elaborata in modo da produrre vino, e i papaveri vengono raffinati fino ad ottenere l’oppio.

Ancora, ci sono alcuni cibi in natura che contengono zuccheri, come la frutta, e altri che contengono grassi, come le noccioline. Ma è risaputo che sia difficile che zucchero (o carboidrati raffinati) e grassi si trovino naturalmente nello stesso cibo. Ed è qui che entrano in campo i tanti cibi appetitosi ottenuti dall’alterazione delle loro qualità originarie per contenere artificialmente elevate quantità di entrambi – è il caso di dolci, pizza, cioccolata – e che provocano la dipendenza analizzata dalla ricerca americana.

Ma cosa s’intende per food addiction e perché è paragonata alla dipendenza da droghe?

I sintomi di questo tipo di assuefazione sono consumo incontrollato, uso continuato nonostante le conseguenze negative e incapacità di “smettere” anche quando lo si desidera. Tutti fattori che non si distanziano poi tanto dagli effetti dell’uso prolungato di stupefacenti. In particolare si è visto che gli alimenti a cui sono stati aggiunti grassi, zuccheri e sali vanno ad agire sui recettori dell’ormone della dopamina, che si attiva anche con l’assunzione di droghe. Nel momento infatti in cui tali recettori non vengono più stimolati il corpo si sente privato di una sostanza che richiede al proprio organismo, innescando la dipendenza.

Nei cibi, quest’ultima viene stimolata attraverso la loro alterazione in modo che aumenti la velocità con cui la sostanza è assorbita dal sangue. Facendo un esempio, masticare una foglia di coca crea una limitata dipendenza, ma quando viene elaborata in modo da costituire una dose concentrata con rapido rilascio nell’organismo diventa cocaina, di cui si conosce l’alto livello di assuefazione. Similmente i cibi altamente elaborati, che provocano picchi di zucchero nel sangue grazie anche alla rimozione di fibre, proteine e acqua, attivano quel noto legame tra livelli di glucosio e stimolazione di aree del cervello implicate col processo di dipendenza.

La ricerca della Michigan University, pur basandosi su soggetti americani, in una realtà in cui la percentuale di obesità è superiore a quella registrata in Italia – basti pensare che l’85% degli statunitensi sarà sovrappeso o obeso entro il 2030 -, resta di grande importanza in quanto il pericolo da dipendenza da cibo spazzatura è purtroppo una costante globale.

La ricerca è stata concepita attraverso due step: un primo prevedeva la partecipazione di 120 volontari a cui è stato chiesto di stabilire la graduatoria dei cibi che creano maggior dipendenza su una scala di 35 prodotti. Il secondo step, invece, partendo dalla stessa graduatoria ha permesso di stabilire quali sono le componenti che creano maggior dipendenza, individuabili nel grado di elaborazione di determinati cibi e la quantità di grassi e glucosio in essi contenuti. 

Quanto evinto dallo studio ha permesso di aprire una nuova frontiera nell’ambito delle diete personalizzate contro obesità e sovrappeso, poiché, così come ha affermato Nicole Avena - autrice dell’indagine insieme a Erica M. Schulte e Ashley N. Gearhardt –:"Possiamo modificare il modo con cui approcciamo il trattamento all'obesità. Non più solo diete ferree, con il 'taglio' di alcuni alimenti, ma un approccio più simile a quello che già si usa per chi è dipendente da droghe e alcol".

Micole Imperiali

Dagli altipiani tibetani alle tavole nordeuropee, le bacche dell’olivello spinoso o “ananas di Siberia” mettono tutti d’accordo: sono da sempre curative, ma anche piccoli scrigni succosi e aciduli che si trasformano in succulente salse di accompagnamento a carni di maiale o selvaggina e pesci grassi, o in confetture, sciroppi e gelatine; addirittura i siberiani ne ricavano un’avvolgente vodka. Sarà proprio per le sue virtù che l’arbusto selvaggio trova spazio in un’antica leggenda greca, secondo cui lo si usava per mettere all’ingrasso i cavalli e rendere lucido il loro pelo.

Insomma, nonostante le sue origini remote, l’olivello resiste al passare del tempo e anzi di esso praticamente non si scarta nulla: le foglie, la scorza, i semi sono pressati a freddo per ottenere preziosi oli ed estratti che in terra cinese finiscono in bevande energetiche destinati agli sportivi. I piccoli alleati della tradizionale medicina orientale si stanno, dunque, facendo largo anche in cosmesi, in creme antietà, prodotti farmaceutici, ma a maggior ragione in cucina. Sarà per l’alto contenuto di vitamina C, E e omega 3, sarà per i benefici effetti o per la rarità della pianta, ma oggi l’olivello sta vivendo la sua stagione florida, grazie alla sua applicazione in svariate preparazioni gastronomiche, spaziando dalla Gran Bretagna, ai Paesi scandinavi fino alla Russia e alla sua area di provenienza, l’Asia centrale.

A pensarci bene, sembra così bizzarro che tale pianta, resistente a diverse condizioni climatiche e a suoli disparati, sia possibile ritrovarla tanto negli spartitraffico delle autostrade quanto in piatti e cibi gustosi.  

Ha faticato a diffondersi in ambito europeo, tant’è vero che accadrà solo dopo la Seconda guerra mondiale, ma a quanto pare l’olivello spinoso risulta adatto a chi è avvezzo a sperimentare pietanze dai sapori decisi e inconsueti, fosse solo per il suo peso storico millenario e il suo valore terapeutico.

Sabrina Riccio

Sempre più persone, soprattutto i più giovani, sono afflitte da disturbi alimentari e non accettazione del proprio corpo, cause e conseguenze di ben altri disagi. Ne parlo con Vincenzo Barretta, stimato Psichiatra, Psicoterapeuta e Specialista in Dipendenze Patologiche, Direttore Scientifico del Centro Noesis di Napoli che si occupa di Psichiatria e Psicoterapia, nello specifico, Diagnosi, Terapia e Riabilitazione delle Patologie da Dipendenza.

Dipendenze e scompensi alimentari. Come riconoscerli? Esistono campanelli d’allarme o possono passare inosservati?

Da alcuni anni i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), da parte di alcuni studiosi, cominciano ad essere letti come una forma di dipendenza, particolarmente le forme di Bulimia o di Disturbo da Iperalimentazione Incontrollata, in cui si verificano episodi di abbuffata e vomito. Purtroppo, tali condizioni possono passare inosservate, a volte anche per lungo tempo. Si può provare a indicare alcuni elementi che possono rappresentare segnali prodromici o veri e propri segni della malattia, che, tuttavia, vanno considerati con attenzione per evitare inutili allarmismi. Spesso in questi soggetti, già in tenera età, è presente bassa autostima prevalentemente legata ad aspetti associati alla corporeità, frequente è l’insoddisfazione per la propria immagine corporea, talvolta sono presenti problemi affettivo-relazionali, tra cui la marcata difficoltà a mangiare davanti ad altre persone, frequenti soste in bagno per i soggetti che praticano il vomito auto-indotto, bugie sulle proprie abitudini alimentari, ritiro dalle amicizie precedenti e relativa chiusura al sociale. Tra le caratteristiche di personalità possiamo notare tendenza alla passività, ridotta assertività, oppure, nel settore lavorativo e/o scolastico la ricerca assidua di risultati eccelsi, rinnegando completamente la possibilità di fallire nell'intento. Tuttavia, nella fase iniziale della malattia, propriamente definita Luna di Miele, l'anoressica/o appare euforica, felice e spensierata; si tratta di una condizione transitoria che spesso fuorvia totalmente i primi sospetti di disturbo alimentare.

Come e quando intervenire?                                                                                             

L’intervento andrebbe sempre condotto in maniera tempestiva per evitare il cronicizzarsi e l’aggravarsi della condizione, anche se va detto che in alcuni casi, purtroppo non molto frequenti, il problema può durare pochissimo tempo e risolversi da solo. Ma quando dura più di qualche mese e i sintomi cominciano ad essere evidenti bisogna subito consultare gli specialisti. Il trattamento di elezione è la psicoterapia condotta da uno psicoterapeuta esperto, a cui spesso va associato un intervento sulla famiglia sia di tipo psicoeducativo (che andrebbe sempre fatto) che di vera e propria terapia familiare quando necessario. In alcuni casi selezionati può essere indicato anche un intervento di supporto farmacologico specifico.

Si può considerare un problema degli ultimi anni, quelli del boom e conseguente crisi economica, oppure sono sempre esistiti?                                                                                  

Dal punto di vista storico, sin dal medioevo si registrano casi che oggi diagnosticheremmo come DCA, ma non v’è dubbio che l’esplosione di queste malattie in termini epidemiologici sia avvenuta negli ultimi decenni.

Suggerimenti e consigli a genitori e persone vicine a individui con disordini alimentari patologici.

Il primo consiglio è sempre quello di evitare la colpevolizzazione o di spingere con forza a cambiare il comportamento alimentare. Ciò potrebbe invece avere un effetto deleterio sul soggetto il quale può reagire inasprendo le proprie difese psichiche e attuare con maggiore forza il proprio stile alimentare alterato.

Quanto i finti miti, le mode, la pubblicità, influenzano, soprattutto i giovani, oppure anoressia e bulimia sono soprattutto da ricercare soltanto in disagi psicologici?    

Alla base vi è sempre una qualche forma di disagio che si esprime nel rapporto con il proprio corpo e con la propria alimentazione. I modelli estetici propinati dai “media” possono sicuramente avere una forte influenza soprattutto sui soggetti più giovani, così come forte può essere l’influenza del gruppo dei pari. I coetanei possono, talvolta, indurre a considerare il proprio corpo come goffo o troppo grasso e quindi spingere a comportamenti errati.

Come si può raggiungere una diversa consapevolezza di se stessi e del proprio corpo?    

Occorre diffondere modelli di pensiero in cui il valore dell’individuo va ben oltre la forma del corpo. Gli individui e soprattutto gli adolescenti dovrebbero comprendere che è importante entrare in contatto con tutte le sensazioni del nostro corpo, gradevoli o eventualmente sgradevoli e imparare ad elaborare la componente emozionale che è, a queste, connessa. Accettare il proprio corpo significa anche desiderare di migliorarne la forma, ma nel rispetto della fisiologia e del proprio benessere, imparando soprattutto a gestirlo meglio per quanto riguarda la postura, i movimenti e l’abbigliamento, il che consentirà di comunicare al mondo cosa e chi veramente siamo, senza inseguire ideali di magrezza irraggiungibili e dannosi.

Carmen Vicinanza

 

Con un ottobre che sembra agosto, arie condizionate sparate come se non ci fosse un domani e continui sbalzi termici è sempre più facile incorrere in malanni di varia sorte che si trasformano in noiose e durature influenze. Non togliendo importanza a medicinali più o meno assortiti, il primo passo per tornare a stare bene comincia a tavola. Ma quali sono gli alimenti che facilitano il processo di guarigione?

Leggi tutto: A letto con la febbre? Nutriti così!

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