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Stabilimenti chiusi e chili di mitili al macero. E’ questo il bilancio dell’emergenza epatite nelle cozze flegree. Lo scorso 24 febbraio il Dipartimento di Prevenzione Area di sanità animale dell’ASL locale e l’Istituto Zooprofilattico di Portici hanno rilevato elevati quantitativi di norovirus e virus dell’epatite A in diversi campioni di cozze provenienti dalle aree di allevamento tra Bacoli e Lucrino.

Gli amanti del crudo di mare farebbero bene a rinunciare al proprio piatto preferito per qualche tempo, oppure orientarsi sulle cozze provenienti da altre zone. I mitili sono inoffensivi qualora cucinati per oltre due minuti a temperature superiori agli ottanta gradi, ma nella coscienza collettiva la paura resta e non a torto. L’epatite A è una malattia infettiva spesso indolore e dal decorso asintomatico, ma aggredisce il fegato già debilitato dall’alimentazione ricca di grassi e bevande alcoliche causando la morte negli individui affetti da insufficienza epatica. Il monitoraggio è tuttora in corso, ma per tutelare la salute dei consumatori è stato consigliato da parte del Ministero della salute di evitare accuratamente le retine di cozze con numero di riconoscimento CE It 2 Cdm. 

Le cooperative di allevamento e raccolta sono in piena crisi a seguito del comprensibile crollo delle vendite seguito alla psicosi e l'IRSVEM di Baia lavora a regime ridotto. Un danno ingente per un territorio dalla spiccata vocazione turistica e agroalimentare, già minato dalla drammatica condizione di strade e trasporti pubblici. Le conseguenze per il settore spaventano le amministrazioni locali alla ricerca di un colpevole e possibili soluzioni. Sul banco degli imputati c’è l’acqua del golfo di Pozzuoli, avvelenata dagli sversamenti abusivi e dal malfunzionamento degli impianti di depurazione. Le cozze filtrando acqua accumulano le tossine e si trasformano in bombe virali. Il tavolo tecnico istituito dal comune di Bacoli a tutela della miticoltura, tenterà di arginare gli effetti negativi sul comparto. Le cozze flegree sono un prodotto trainante per l'economia del territorio e vantano una secolare tradizione produttiva, da tutelare non solo attraverso i molteplici eventi che celebrano il mitile ma anche e soprattutto migliorando le condizioni ambientali della zona.  Intanto l’emergenza continua, lasciando a casa decine di lavoratori. 

Luigi Orlando

 

Amanti del caffè gioite. Oltre alle leggende che girano intorno all’assunzione del caffè, la scienza ha in più occasioni dimostrato che il caffè, assunto con moderazione, fa bene: è un ottimo antiossidante, protegge da alcuni disturbi del fegato , previene il diabete (assunto senza zucchero ovviamente).

Bene, una recente ricerca effettuata dall’ Università Johns Hopkins di Baltimora, in Maryland, Stati Uniti, ha dimostrato che il caffè aiuta anche a ricordare le immagini più facilmente.

L’esperimento, poi pubblicato sulla rivista scientifica Nature, è stato condotto su un gruppo di 73 volontari, divisi in due gruppi. Coloro i quali avevano assunto caffeina hanno riconosciuto in maniera più veloce le immagini aggiunte al precedente campione.

Noi vi invitiamo a sperimentare. Come? La prossima volta che incontrate “quel qualcuno” che vi saluta sempre, ma di cui proprio non riuscite a ricordare la faccia, provate a prenderci un caffè assieme.

 

Maria Grazia Addeo

 

“La fame vien mangiando”, recita il famoso detto, ma se parliamo di cioccolato fondente è il caso di riferirsi anche alla salute, coniando così una nuova versione del proverbio a cui Tarallucci & vin dedicava tra l’altro una rubrica ad hoc, dal nome, appunto, “La salute vien mangiando”.

Difatti, il goloso alimento giunto in Europa nel ‘500 a bordo dei galeoni dei Conquistadores è stato e continua ad essere al centro di studi che seguono arricchendo la lista dei benefici derivanti dal suo consumo.

Può qualcosa di così gustoso essere anche salutare? Contrariamente a quanto suggerisce la leggenda, secondo cui la salute è di solito associata ad insopportabili intrugli, le ricerche dicono di sì. Al di là dall’essere ottimo per il palato – fatto confermabile dai golosi di mezzo mondo – lo è anche per l’umore, questione, anche questa, risaputa. A chi non è stato infatti consigliato di mangiare un pezzo di cioccolata per scacciare la tristezza dagli occhi e scaldare il cuore? Questo perché il cioccolato contiene serotonina, ormone prodotto dal cervello e che determina il buonumore, esercitando sul sistema nervoso un’azione eccitante ed antidepressiva. Quando però non se ne produce in quantità sufficiente si rischia la depressione, non per niente la serotonina è alla base di molti antidepressivi.

Ma non è finita qui, perché il cioccolato fondente - unico must è che contenga almeno il 60% di cacao – è un vero e proprio elisir di lunga vita, di cui beneficia innanzitutto il sistema cardiovascolare grazie alla quantità di antiossidanti in esso contenuti, in particolar modo i flavonoidi, che riducono la pressione arteriosa e quindi il pericolo di infarti e ictus. È quanto dimostrato da un gruppo di ricercatori olandesi che in un campione di 470 uomini di età compresa tra i 65 e gli 84 anni, tenuti sotto osservazione per 15 anni, ha verificato che il tasso di mortalità di quelli che consumavano un certo quantitativo di cacao era inferiore, merito attribuibile all’epicatechina, una sostanza che agisce sulle fibre muscolari del cuore consentendo alle arterie di mantenersi flessibili e dilatate.

Da un’ulteriore ricerca eseguita su 44 individui sovrappeso a cui si è chiesto di consumare 70 grammi di cioccolato fondente al giorno per un periodo di quattro settimane, si è scoperto non solo che tale assunzione ha migliorato l’elasticità dei vasi sanguigni e ha impedito ai globuli bianchi di attecchire alle loro pareti come avviene nei casi di arteriosclerosi, ma che il motivo di ciò è da individuare nell’associazione delle qualità del cioccolato amaro con i nostri batteri intestinali. Esistono infatti due tipi di batteri: quelli “buoni” e quelli “cattivi”. I primi producono composti antinfiammatori molto utili al nostro organismo e sembrano davvero ghiotti di cioccolato fondente, che ne garantisce crescita e riproduzione, assicurando la loro supremazia rispetto ai batteri “cattivi”.

Ma attenzione, perché i benefici del cioccolato fondente non sono tali per tutti, come nel caso di chi soffre di gastrite, reflusso gastroesofageo, ulcere e sindrome del colon irritabile. Allo stesso modo bisognerebbe ricordare in primis la moderazione, evitando quindi che un beneficio riconosciuto scientificamente si trasformi in una giustificazione al consumo sconsiderato di cioccolato fondente, che sarà anche salutare, ma contiene comunque grassi e zuccheri, sostanze non altrettanto benefiche se assunte senza criterio.

Micole Imperiali

La Junk Food Addiction esiste, ed è paragonabile alla dipendenza da droghe.

Lo dimostra un recente e approfondito studio dell’Università del Michigan, nato sulle orme di quanto constatato dall’analoga ricerca del 2010 dello Scripps Research Institute in Florida, eseguito su alcuni cibi presenti sul mercato e concepiti in modo da contenere una notevole quantità di grassi e carboidrati raffinati attraverso una particolare elaborazione artificiale perché creino dipendenza nei consumatori.

Si tratta del famoso cibo spazzatura, tanto amato quanto odiato, a giudicare dal desiderio incontenibile che ci porta a consumarlo e che rende così difficile il ripiegare verso una dieta più sana ed equilibrata.

Ma come si spiega il successo di questi prodotti tanto osannati dai golosi e drasticamente etichettati dai medici?

 

Le sostanze presenti in natura che creano dipendenza sono in realtà piuttosto rare, ma sono state alterate o elaborate in modo che aumentino la loro capacità di assuefare l’avventore. L’uva, ad esempio, viene elaborata in modo da produrre vino, e i papaveri vengono raffinati fino ad ottenere l’oppio.

Ancora, ci sono alcuni cibi in natura che contengono zuccheri, come la frutta, e altri che contengono grassi, come le noccioline. Ma è risaputo che sia difficile che zucchero (o carboidrati raffinati) e grassi si trovino naturalmente nello stesso cibo. Ed è qui che entrano in campo i tanti cibi appetitosi ottenuti dall’alterazione delle loro qualità originarie per contenere artificialmente elevate quantità di entrambi – è il caso di dolci, pizza, cioccolata – e che provocano la dipendenza analizzata dalla ricerca americana.

Ma cosa s’intende per food addiction e perché è paragonata alla dipendenza da droghe?

I sintomi di questo tipo di assuefazione sono consumo incontrollato, uso continuato nonostante le conseguenze negative e incapacità di “smettere” anche quando lo si desidera. Tutti fattori che non si distanziano poi tanto dagli effetti dell’uso prolungato di stupefacenti. In particolare si è visto che gli alimenti a cui sono stati aggiunti grassi, zuccheri e sali vanno ad agire sui recettori dell’ormone della dopamina, che si attiva anche con l’assunzione di droghe. Nel momento infatti in cui tali recettori non vengono più stimolati il corpo si sente privato di una sostanza che richiede al proprio organismo, innescando la dipendenza.

Nei cibi, quest’ultima viene stimolata attraverso la loro alterazione in modo che aumenti la velocità con cui la sostanza è assorbita dal sangue. Facendo un esempio, masticare una foglia di coca crea una limitata dipendenza, ma quando viene elaborata in modo da costituire una dose concentrata con rapido rilascio nell’organismo diventa cocaina, di cui si conosce l’alto livello di assuefazione. Similmente i cibi altamente elaborati, che provocano picchi di zucchero nel sangue grazie anche alla rimozione di fibre, proteine e acqua, attivano quel noto legame tra livelli di glucosio e stimolazione di aree del cervello implicate col processo di dipendenza.

La ricerca della Michigan University, pur basandosi su soggetti americani, in una realtà in cui la percentuale di obesità è superiore a quella registrata in Italia – basti pensare che l’85% degli statunitensi sarà sovrappeso o obeso entro il 2030 -, resta di grande importanza in quanto il pericolo da dipendenza da cibo spazzatura è purtroppo una costante globale.

La ricerca è stata concepita attraverso due step: un primo prevedeva la partecipazione di 120 volontari a cui è stato chiesto di stabilire la graduatoria dei cibi che creano maggior dipendenza su una scala di 35 prodotti. Il secondo step, invece, partendo dalla stessa graduatoria ha permesso di stabilire quali sono le componenti che creano maggior dipendenza, individuabili nel grado di elaborazione di determinati cibi e la quantità di grassi e glucosio in essi contenuti. 

Quanto evinto dallo studio ha permesso di aprire una nuova frontiera nell’ambito delle diete personalizzate contro obesità e sovrappeso, poiché, così come ha affermato Nicole Avena - autrice dell’indagine insieme a Erica M. Schulte e Ashley N. Gearhardt –:"Possiamo modificare il modo con cui approcciamo il trattamento all'obesità. Non più solo diete ferree, con il 'taglio' di alcuni alimenti, ma un approccio più simile a quello che già si usa per chi è dipendente da droghe e alcol".

Micole Imperiali

Una delle pietanze più conosciute al mondo è tristemente relegata a “concessione del week-end” nelle principali diete ipocaloriche. Eppure, secondo alcuni esperti, è addirittura possibile mangiare una pizza tutti giorni perdendo al contempo fino a quattro kili al mese. L’importante è tenere a mente alcune fondamentali (e risapute regole): mangiare tanta frutta e verdura, bere almeno due litri di acqua al giorno e non consumare alcolici. Secondo questo studio bisogna prediligere pizze con verdure e ortaggi, non introdurre carboidrati a pranzo (meglio la classica bistecca di carne con insalata) e limitarsi ad uno yogurt e/o tè caldo a colazione. I risultati non tarderebbero ad arrivare. Ovviamente, aggiungiamo noi, è fondamentale integrare il tutto con una costante e benefica attività sportiva, vero e unico elisir di lunga vita.

Massimilino Guadagno

Dagli altipiani tibetani alle tavole nordeuropee, le bacche dell’olivello spinoso o “ananas di Siberia” mettono tutti d’accordo: sono da sempre curative, ma anche piccoli scrigni succosi e aciduli che si trasformano in succulente salse di accompagnamento a carni di maiale o selvaggina e pesci grassi, o in confetture, sciroppi e gelatine; addirittura i siberiani ne ricavano un’avvolgente vodka. Sarà proprio per le sue virtù che l’arbusto selvaggio trova spazio in un’antica leggenda greca, secondo cui lo si usava per mettere all’ingrasso i cavalli e rendere lucido il loro pelo.

Insomma, nonostante le sue origini remote, l’olivello resiste al passare del tempo e anzi di esso praticamente non si scarta nulla: le foglie, la scorza, i semi sono pressati a freddo per ottenere preziosi oli ed estratti che in terra cinese finiscono in bevande energetiche destinati agli sportivi. I piccoli alleati della tradizionale medicina orientale si stanno, dunque, facendo largo anche in cosmesi, in creme antietà, prodotti farmaceutici, ma a maggior ragione in cucina. Sarà per l’alto contenuto di vitamina C, E e omega 3, sarà per i benefici effetti o per la rarità della pianta, ma oggi l’olivello sta vivendo la sua stagione florida, grazie alla sua applicazione in svariate preparazioni gastronomiche, spaziando dalla Gran Bretagna, ai Paesi scandinavi fino alla Russia e alla sua area di provenienza, l’Asia centrale.

A pensarci bene, sembra così bizzarro che tale pianta, resistente a diverse condizioni climatiche e a suoli disparati, sia possibile ritrovarla tanto negli spartitraffico delle autostrade quanto in piatti e cibi gustosi.  

Ha faticato a diffondersi in ambito europeo, tant’è vero che accadrà solo dopo la Seconda guerra mondiale, ma a quanto pare l’olivello spinoso risulta adatto a chi è avvezzo a sperimentare pietanze dai sapori decisi e inconsueti, fosse solo per il suo peso storico millenario e il suo valore terapeutico.

Sabrina Riccio

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