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brodo- polipoServito in una tazza stracolma di brodo, il tentacolo spunta mentre si beve questo elisir di mare. “E’ tè marino, sa di scoglio, di alga, di fosforo, di barba di tritoni, di ascelle (o peggio) di sirene, di meravigliosa o sconcia mitologia greca”, scriveva il grande Giuseppe Marotta che pare apprezzasse particolarmente questo piatto. Un piatto povero, semplice, che si prepara con pochi ingredienti. Il polipo si lascia infatti cuocere in un grande pentolone pieno di acqua bollente, con sale, olio e pepe ed il brodo così ottenuto si sorseggia proprio come se fosse un vin brulè o un punch. Un sugo di mare insomma che sfida il palato per un gusto tutto marino.

Il brodo di polipo ha origine antichissime, pare greche. A Napoli, le notizie sul suo consumo risalgono alla metà del XIV secolo e lo stesso Giovanni Boccaccio nel 1339, in una lettera indirizzata all’amico Francesco Bardi, racconta che in occasione della nascita di un bambino (forse il figlio illegittimo dello stesso Bardi)i compari avevano comprato il più bel polipo e lo avevano inviato alla “purpera”. Erano le donne infatti le addette al mestiere, quelle cioè che in strada cucinavano il polipo e lo vendevano al popolo affamato. Lo racconta Matilde Serao nel “Il ventre di Napoli. “Con due soldi si compera un pezzo di polipo bollito nell’acqua di mare, condito con peperone fortissimo: questo commercio lo fanno le donne, nella strada, con un focolaretto e una piccola pignatta”, si legge nel celebre libro nato come lettera a De Pretis, allora capo del governo.

Un’immagine passata e lontana quella descritta dalla Serao. In strada i venditori di brodo di polpo sono scomparsi e ci si interroga su quale sarà il destino del cibo da strada. Le rigide norme igieniche imposte dalla Comunità Europea cozzano duramente con i venditori ambulanti dipanati tra i vicoli della città. All’appello mancano ormai la cosiddetta “spicaiola”, il “tarallaro”, lo “zeppolaiuolo”. Non ci sono più le voci, o meglio le grida, di coloro che con i loro carretti percorrevano in lungo e largo i vari quartieri della città. Del resto, il cibo di strada è qualcosa di estremamente teatrale, di esibito, nonché vera e propria sovversione dei tempi e dei luoghi ordinati previsti dal consumo domestico. Il cibo da strada, di cui Napoli è fiera ambasciatrice, è legato al popolo, alla sua disperazione, al suo bisogno di riempire stomaci brulicanti con pochi spiccioli.

Oggi lì, alle spalle del Borgo Sant’Antonio, il ristorante “A figlia d’o Luciano” ripropone i piatti della tradizione. Non solo brodo di polipo ma anche impepata di cozze, zuppa di trippa, polipo alla luciana, frutti di mare anche crudi, pasta e fagioli con le cozze e spaghetti alla pignata. Dal 1969 erede di una grande tradizione familiare, il ristorante apre una finestra al passato: pochi tavoli, un ambiente casalingo ed una Napoli dagli antichi sapori che fa capolino e resiste tra i forti odori di cibo cingalese e cinese dispersi nel quartiere.

Annarita Costagliola