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In vino veritas
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Per la vulgata attuale, potrebbe essere definito, senza tema di smentita, un self made man: uno che si è fatto con le sue mani insomma a venticinque anni contadino dell’alta Irpinia, oggi imprenditore celebrato, Luigi parla a una sala gremita, sotto gli occhi languidi delle popolane di Fabron dipinte sulle pareti, di un “progetto d’anima”.

Si riferisce alle sue vigne abbarbicate su un suolo calcareo a cinquecento metri sul livello del mare tra Castelfranci e Paternopoli; ma in profondità, parla di un modo di concepire la viticultura ormai sempre più lontano. Tutti noi, addetti ai lavori e appassionati della materia, troppo spesso dimentichiamo quanto il vino sia cosa viva e travolti dal mercato del consumo, trascuriamo il lavoro che si nasconde dietro l’etichetta di una bottiglia. Diamo per scontate troppe cose, omologando il gusto alle necessità apparenti del momento, senza soffermarci abbastanza sul lavoro del tempo e sui frutti che esso produce.

Luigi Tecce allora ci ricorda che degustare un vino vuol dire fermarsi a comprendere i suoi ritmi, carpirne il carattere, la storia, il patrimonio genetico e le evoluzioni. Vuol dire in sostanza rapportarsi a qualcosa di seducente e imprevedibile. E cosa c’è di più seducente di una storia pronta per essere tramandata, matura al punto giusto come le uve di aglianico assise ai filari?

Tecce ha imparato ad avvicinarsi al vino partendo dalla considerazione della sua terra, da quegli anni gloriosi che videro nei primi decenni del novecento il Taurasi esprimersi nel suo splendore. Mentre le mode e le teorie sulla costruzione enologica andavano impoverendo e snaturando la tradizionale lavorazione dell’uva e le crisi si abbattevano su genti e cantine, Luigi teneva fermo lo sguardo alle radici e a ciò che significavano gli elementi della natura che lo circondava.

Un’alchimia che fonda le sue basi sulle tecniche di produzione ormai abbandonate, su un recupero attento di procedimenti e materiali in piena continuità e sintonia con il passato, ma proprio per questo capaci, nelle mani adatte, di crescere forti e guardare lontano al futuro.

luigi tecce viniTutto questo nel bicchiere sublima in una fitta trama di richiami e sensazioni: dalla morbidezza dei tannini maturati fino a fine novembre sui raspi, all’equilibrio minerale e all’intensità dei profumi secondari e di quelli terziari maturati in botte: frutti rossi maturi, frutti di bosco; ma anche spezie, pepe nero, liquirizia. Strutture complesse vellutate e fini che accompagnano i sensi in un viaggio nelle terre d’Irpinia, nell’odore dell’erba tosata di fresco, dei boschi, della terra bagnata.

Ogni annata una vita nuova, una storia diversa, un nuovo destino, un altro carattere. Si va così dalla complessità del 2005 al carattere deciso del 2007, passando per l’equilibrio immediato e accattivante del 2008, fino al più giovane e ancora non etichettato 2010; un bimbo che promette bene e ha tutto da esprimere.

Se per Picasso non esisteva creazione senza distruzione, per Tecce la creazione si dipana nell’armonia con la propria identità e con l’ambiente con il quale dialoga, e da cui proviene. E gli elementi per realizzare un simile progetto ci sono tutti: la passione dell’uomo, una vigna sopravvissuta all’ecatombe della fillossera e un modo di vedere la vita a prova di disciplinare.

Sono questi gli ingredienti principali del Taurasi DOCG Poliphemo, presentato Venerdì scorso 16 maggio per la prima volta in una verticale storica nella sala da tè del Gran Caffè GambrinusSei annate dal 2005 al 2010 degustate in abbinamento enogastronomico con prodotti tipici del territorio irpino, una cena sensoriale patrocinata dall’associazione le Stanze della Cultura che, grazie alla passione della presidentessa Romina Sodano, è madrina della scuola gastronomica Mise en place e del progetto di training e real marketing I luoghi del vino, con l’intento di offrire una vetrina di confronto a produttori e addetti ai lavori e un’occasione accrescitiva e d’incontro per coloro che desiderano avvicinarsi al mondo dell’enogastronomia.  

A coadiuvare il patron della serata la competenza tecnica di Pasquale Brillante nel guidare la degustazione e il servizio dei sommelier dell’Associazione Italiana Sommelier, Giuseppe Cuomo e Sandra Restrepo.

Una serata all’insegna del vino e della vita. 

Alberto Tieri