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Raccontare il cibo nella letteratura e la letteratura nel cibo. Nasce con questo intento Menù letterari, il libro di Celine Girard edito da Franco Cesati Editore: 24 libri, 24 autori, 24 storie analizzati attraverso antipasti, primi piatti e piatti unici, secondi piatti e dessert. Un tagliere misto di stralci di pagine, aneddoti e curiosità letterarie su autori, opere e ricette della grande letteratura arricchite da consigli per rendere i piatti ancora più particolari e gustosi riproponendo l’atmosfera di un determinato racconto o la personalità di un certo scrittore.

In Menù letterari la preparazione di un piatto segue i contorni della struttura di un romanzo e viceversa, individuando la densa corrispondenza tra i due soggetti che si esemplifica nell’amalgamarsi di selettività, decisione, equilibrio e misura.

Partendo quindi dagli antipasti, incipit del gusto, il finger food tratto da Il Grande Gatsby di Scott Fitzgerald ha il compito di stupire l’ospite, offrendo la possibilità, come in un romanzo che si rispetti, di fornire gli indizi necessari a comprendere come si svilupperà la storia, che sia intorno ad un tavolo o tra le pagine di un buon libro.

Quando l’appetito è stuzzicato, è allora il tempo del primo piatto, che va preparato senza fretta, con pazienza, dedizione e precisione, come in una storia che nasce e lascia lo spazio dovuto al futuro sviluppo e fine del racconto. Così il cibo è il valido strumento della tradizione, del caldo conforto della casa e della famiglia che rivivono, tutti, in cucina. È la pasta e fagioli di Taglio nel bosco di Carlo Cassola, o la pizza di verdure di Casalinghitudine di Clara Sereni, il timballo di maccheroni de Il Gattopardo o ancora il risotto alla milanese di Gadda nelle Meraviglie d’Italia, oppure la polenta di Grazia Deledda in Annalena Bilsini o ancora la zuppa di cipolle di Simenon e del suo Maigret. E per condire il tutto, azzardare. Quel tanto che dona armonia alla novità, come si può dedurre da una lettura, certamente più moderata del suo autore, nel Manifesto della cucina futurista di Marinetti.

Il passaggio dal primo al secondo piatto? Momento critico: la fame è spesso soddisfatta e la pausa sigaretta può diventare una deposizione delle armi al gusto di caffè e ammazzacaffè. È lì quindi che bisogna risvegliare la curiosità del commensale, arricchendo il piatto con chicche che ne sottolineano le virtù, come lo scrittore che con la sua maestria conduce altrove chi legge, preparandolo al gran finale.

Ad ogni cibo un carattere, e ad ogni carattere una personalità. La cucina diventa allora rappresentazione di società, individui, rapporti umani, confusi nell’indefinita cornice del tempo. È il momento di Virginia Woolf e il suo bœufe en daube di Al faro, Hemingway e il menù parigino di Festa mobile, i formaggi di Calvino in Palomar, la frittata di D’Annunzio in Diario segreto, il pollo alla cacciatora della Locandiera di Goldoni, i piatti dell’osteria del Gambero rosso in Pinocchio di Collodi, e le ricette da crociera per due, tra amore e divertimento, di Foster Wallace in Una cosa divertente che non farò mai più. 

Quando si arriva alla conclusione, è tempo di dessert: una dolce carezza che allo stesso tempo ha l’amaro della fine, la nostalgia del vissuto e la sorpresa per la rivelazione di un equilibrio che nasce dal contrasto, e che porta, con curiosità, a gustare fino all’ultimo boccone.
Che sia il gelato dei Sillabari di Parise, la madeleine de la Recherche di Proust, la colazione americana de Il Giovane Holden, la merenda da favola dell’Alice di Carroll, la torta di mele di On the Road, il torrone de La luna e i falò di Pavese o la torta paradiso di Guareschi.

Micole Imperiali