-->

#milluminodicibo
Strumenti

 

Esiste un cibo per la sopravvivenza e la disperazione, e uno per i ricordi che diventano tradizione. Uno per l’amore e le sue promesse, e uno per le ingiurie della storia.
Con un ritmo fatto di flashback, attese e improvvise virate, Davide Enia nel romanzo Uomini e Pecore, traccia e lascia allargarsi a macchia d’olio, la storia che ha il viso e la voce dei suoi due protagonisti: Ciro e Giovanni, nonno e nipote, porta dispacci della Seconda Guerra e studente di Storia affascinato dagli insegnamenti del passato.
La città di Roma - e il tempo che s’insinua nella sua essenza - li unisce, l’essere umani e fedeli a se stessi ancora di più.

 

Il racconto si alterna tra un tempo di guerra vissuto da Ciro e riferito attraverso il suo memoriale - con tutto il suo carico di fame, sconforto, angoscia eppur disperata determinazione - e un tempo attuale, dove gli episodi ripercorsi da Giovanni per l’amico Davide sulle vicende del nonno, sono quelli che l’anziano ripeteva fedelmente ogni domenica, davanti alla tavola imbandita che riuniva nel rito la famiglia.
Nonostante le atrocità, e il senso diffuso di spietata risolutezza che guida la guerra, il culmine del testo di Enia è l’amore, insieme ad una volontà, che è bisogno disperato, di aggrapparcisi, nel diritto urlato di una vita da vivere appieno. Il filo rosso che lega il tutto, il cibo. E ad ogni piatto si lega un pezzo di storia.

Così la pasta alla carbonara consumata ad uno stesso tavolo, tra soldati italiani e americani, rappresenta non solo la nascita di una nuova pietanza che da dopo la guerra diventerà basilare nella cucina romana, ma anche quel legame col senso di casa che abbatte le frontiere tra Paesi, accomunando soldati di diversa provenienza nella condivisione di uno stesso destino.
La coda alla vaccinara, nella sua lenta e precisa preparazione riconduce invece Giovanni al primo pasto consumato insieme a Silvia, la donna a cui chiederà di accompagnarlo per il resto della vita, dando forma attraverso sapori e colori al coraggio che lo guiderà a saltare in nome delle emozioni.
O ancora fave e pecorino, fiori di zucca in pastella con mozzarella e alici, baccalà fritto, insalata di puntarelle con acciughe, la concia: tutti piatti la cui preparazione Elsa spiega a Ciro per vincere il terrore, nel momento in cui, dopo avergli offerto riparo in seguito alla consegna del suo ultimo dispaccio, sono costretti a nascondersi in una credenza per evitare di essere scoperti e giustiziati dai soldati tedeschi in rappresaglia, ultima violenza prima della fuga da Roma, quando ormai gli Alleati sono alle porte della città.
Facendo appello all’ultima traccia di forza che gli rimane – quella della disperazione – Ciro mette così al sicuro da un destino senza via di scampo la ragazza che diventerà anni dopo madre dei suoi figli. Lotta, fino all’ultimo, spingendo Elsa a richiamare alla mente i genitori deportati e scomparsi per sempre, attraverso le ricette imparate dalla madre, affidando al sapore dei ricordi la salvezza di entrambi e di coloro che nasceranno negli orizzonti chiari di un domani possibile. 

Qualche passo da Uomini e Pecore edito da EDT:

«Raccontami cosa cucini.» (…)  Dai, Elsa. Raccontamelo ora.>> È un sussurro.  «La concia.»

<< Brava Elsa, bravissima.>> 

La nuova azione dei soldati ha inizio. Hanno sfondato il portone del palazzo.
«Le zucchine si tagliano a cerchi sottili e si mettono ad asciugare dentro un panno per mezza giornata.» 
Un gruppo inizia a salire su per le scale.

«Si friggono e si uniscono a una marinata di aceto, aglio e basilico.»  Sono quasi arrivati al nostro pianerottolo.

«Si salano.» Sono in tre.
«Si lasciano riposare per un giorno intero prima di servirle.» E la porta di casa viene buttata giù da un calcio."

 

Micole Imperiali