-->

#milluminodicibo
Strumenti

Guido Andrea Pautasso ha recentemente pubblicato con Electa il suo saggio “Piero Manzoni –Divorare l’arte”, una ricerca che parte dalle uova di Manzoni per prendere in esame il suo approccio all’arte. Ne abbiamo parlato con l’autore, che con precisione e dovizia di particolari ci ha raccontato del testo e dei passi che ne hanno definito la nascita.

M.I. Da quale necessità nasce il suo saggio Piero Manzoni - Divorare l'arte?

G.A.P. Alcuni anni orsono, attratto dal mito della Cucina e della gastronomia futurista di Filippo Tommaso Marinetti, mi sono ritrovato a compiere delle ricerche sul cibo e l’arte d’avanguardia. Assieme all’artista Pablo Echaurren, al libraio anarchico Gian Andrea Ferrari e al compianto Luigi ‘Gino’ Veronelli nel 2000 partecipai alla costituzione del Centro Studi delle Cucine del Popolo, con sede a Massenzatico, il cui obiettivo era studiare le relazioni che intercorrevano tra l’arte, la politica (soprattutto quella anarchica, ‘irregolare’ ed antagonista), il territorio, la natura degli alimenti e il nutrirsi. Nel 2004 organizzammo il primo di una lunga serie di convegni tenuti nella Casa del Popolo del paese emiliano, dove mi occupai nello specifico della relazione tra l’arte d’avanguardia e il cibo, della cucina futurista e della gastronomia surrealista. In seguito ho continuato le mie ricerche e ho pubblicato Epopea della cucina futurista (Edizioni Galleria Daniela Rallo, Cremona 2009) e Cucina futurista. Manifesti teorici, menu e documenti (Abscondita, Milano 2015), oltre a partecipare a importanti convegni come Cibo e/è cultura (Università degli Studi di Bari Aldo Moro,  Bari 31 maggio-1 giugno 2013) e ad aver contribuito, sotto la cura di Germano Celant, alla realizzazione della mostra Arts & Foods. Rituali dal 1851 (vedi la voce “Cucina Futurista” nel catalogo della mostra edito da Electa, Milano 2015).

Quando incontrai Rosalia Pasqualino di Marineo, curatrice della Fondazione Piero Manzoni, le sottoposi la lettura di un testo intitolato Il sapore del peccato, focalizzato sul rapporto esistente tra l’arte moderna e la gastronomia, a partire dal Cubismo culinario di Guillaume Apollinaire, per giungere sino alle creazioni estreme dell’arte contemporanea. Capitolo finale del libro era costituito da una riflessione dedicata proprio a Piero Manzoni, alle interpretazioni della sua consumazione dell’arte e alle sue opere realizzate con le uova e con il pane. Grazie al prezioso e imprescindibile aiuto della Fondazione Piero Manzoni, tenendo presente le riflessioni critiche del Il sapore del peccato, alle quali si è aggiunta una ulteriore serie di studi dedicati al lavoro degli artisti in cucina, ho portato a termine Piero Manzoni-Divorare l’arte: la prima indagine specifica interamente dedicata all’Arte alimentare manzoniana.

 

M.I. Che valore ha il cibo nell’arte di Piero Manzoni e che ruolo assume nel percorso dell’artista il trinomio cibo-arte-assoluto?

G.A.P. L’idea di utilizzare le uova per i suoi ‘esperimenti’ artistici proto-concettuali venne a Manzoni durante un soggiorno a Herning, in Danimarca, quando rimase come folgorato da un elemento altamente simbolico, l’Uovo: un ‘oggetto’ commestibile ma carico di significati esoterici (tra l’altro l’uovo è bianco, come il colore delle sue tele acromatiche) e paragonabile ad un’ostia, un ‘corpo’ in fieri da sempre stato considerato in arte la rappresentazione concreta della forma perfetta. Manzoni prese un uovo e, una volta bollito, vi applicò la sua impronta inchiostrata e lo trasformò in un’opera d’arte pour excellence, dimostrando come l’artista-sciamano poteva confrontarsi anche con la materia più semplice della vita dell’uomo, quale il cibo, e non operare soltanto su concetti idealistici limitandosi a manipolare i tradizionali elementi pittorici e scultorei.

Manzoni con la sua arte alimentare inseguiva altri significati concettuali rispetto all’evidenza della manifestazioni estetica, che andavano oltre la sfera della razionalità e che si rifacevano anche alla sfera religiosa e o alla cultura esoterica. In tutto il suo percorso artistico, Manzoni anelò alla conquista dell’Assoluto, ma non un assoluto religioso, filosofico o metafisico. Il suo messaggio è infatti strettamente legato alla Materia, all’Uomo in quanto corporeità e all’Arte come specie di fine ultimo. Con Manzoni l’Uovo e il Pane (Manzoni realizzò panini-Achrome con delle “micchette” fissate sulla tela e da divorare soltanto con lo sguardo) diventano a tutti gli effetti i veicoli materiali di un messaggio ulteriore, diretto e mirato alla conquista dell’Assoluto in Arte, ovvero al raggiungimento di quel ‘qualcosa’ di inesprimibile anche a parole che va oltre la dimensione umana e che si concretizzava nel gesto puro di creare.

 

M.I. Ci parla della mostra del 1960 CONSUMAZIONE DINAMICA DELL’ARTE DEL PUBBLICO DIVORARE L’ARTE e del tipo di riflessione permette di innescare?

G.A.P. Nell’estate del 1960 Manzoni, dalla Danimarca, scrisse al suo amico cineoperatore Gian Paolo Maccentelli di aver creato delle opere d’arte commestibili: «Preparati! Ultima novità (da tenersi segreta perché in Italia non si sa ancora). Le sculture da mangiare (per creare un più diretto rapporto tra opera e spettatore)». Una volta ritornato in Italia, Manzoni propose alla galleria Azimut (aperta assieme all’amico artista Enrico Castellani in una via del centro di Milano) una performance straordinaria, la CONSUMAZIONE DINAMICA DELL’ARTE DEL PUBBLICO DIVORARE L’ARTE, dove offrì agli invitati al vernissage delle sculture commestibili: le sue Uova firmate con l’impronta digitale. Questa azione venne ripetuta successivamente negli studi del Filmgiornale S.E.D.I., con le riprese di Maccentelli e la documentazione fotografica di Giuseppe Bellone. Parteciparono a questa seconda ‘comunione’ con l’Arte alcuni amici di Manzoni: il poeta Luciano Erba, la grafica Carla Bosisio, il futuro giornalista Marzio Castagnedi e lo scrittore Enzo Siciliano. Infatti Manzoni fece diventare quella mise en scene non solo un gesto simbolico dal forte coinvolgimento interiore, ma anche il tentativo di ‘comunicare’ direttamente con il pubblico e di far vivere ai suoi ‘attori’ una esperienza nuova, fondata sulla trasmissione di una vera e concreta forza interiore.

 

M.I. Quali opere di Manzoni sono trattate nel saggio, oltre alle uova da cui parte la sua analisi?

G.A.P. Le Uova di Manzoni, intese sia come sculture, sia come opere commestibili, assieme ai panini-Achrome rappresentano il fil rouge attorno al quale si snoda la ricerca espressa in Piero Manzoni-Divorare l’arte. Mi focalizzo sull’Arte alimentare di Manzoni perché essa è paragonabile ad uno speciale ordigno estetico – e non solo – che si innesca in un preciso percorso poetico, sviluppandosi assieme a tutto il resto della produzione dell’artista in maniera assolutamente organica. Manzoni infatti propose al pubblico, tra le altre, opere come le Linee, gli Achrome, la serie delle Impronte digitali, le Basi magiche, i Corpi d’aria e il Fiato d’artista, le Sculture viventi e la Merda d’artista, oltre alle opere create con le uova e con il pane: delle creazioni originalissime che spesso e volentieri sono state lette e interpretate come distinte e a sé stanti, quasi fossero collocabili in compartimenti stagni e unite dal fatto soltanto di essere state realizzate da Manzoni nel corso della sua breve vita. Il mio lavoro di ricerca, seguendo la traccia lasciata dagli importanti studi di Germano Celant e soprattutto di Flaminio Gualdoni (Piero Manzoni vita d’artista e Breve storia della merda d’artista), è stato condotto senza generare distinzioni nette tra le opere di Manzoni e ha trovato la sua originalità nel proporre diverse linee interpretative che si ricollegano e rimandano sempre all’opera omnia e alla vena poetica dell’artista. Con Piero Manzoni-Divorare l’arte ho cercato di suggerire delle ipotesi di lettura alternative della sua Arte alimentare collocata nell’intero corpus delle opere manzoniane nel tentativo di dimostrare come Manzoni avesse ‘organizzato’ un preciso Sistema estetico che collegava tutta la sua produzione artistica a concetti come la Materia, il Tempo e il Corpo. È un ‘percorso’, quello da me evidenziato, fatto di connessioni e di interrelazioni tra le opere, e che ho cercato di sviscerare evidenziando come l’agire artistico, passando anche attraverso le Uova e i panini-Achrome, abbia finito per caratterizzare e conferire a Manzoni quella unicità di sperimentatore, di ricercatore e quindi di Artista Totale.

M.I. Che significato ha per Manzoni la condivisione del pasto con il pubblico? È visto come un momento di comunione ed elevazione che partendo dall’artista – il tramite – può investire anche il pubblico? Tale azione permette una sorta di redenzione?

G.A.P. Manzoni con la performance intitolata CONSUMAZIONE DINAMICA DELL’ARTE DEL PUBBLICO DIVORARE L’ARTE ha estremizzato in senso laico e pagano il concetto cristiano dell’Eucarestia: la sua ‘comunione’ avveniva con l’Arte e si realizzava attraverso una condivisione totale ed assoluta tra l’artista, la sua produzione artistica da consumare (le Uova da mangiare) e il pubblico che, in quanto attore, diventava finalmente parte integrante e quasi fondante dell’opera e dell’azione stessa. Questa consumazione dell’opera d’arte non avveniva solo visivamente, come accade tradizionalmente in una qualsiasi mostra: lo spettatore, grazie a Manzoni, poteva finalmente ‘divorare’ quelle sculture che un tempo avrebbe potuto soltanto limitarsi a contemplare una volta esposte nelle bacheche dei musei e delle gallerie d’arte.

Manzoni, attraverso la consumazione della sua stessa produzione artistica, con un atto di auto-cannibalismo simbolico, si donava concettualmente al pubblico per raggiungere quell’Assoluto che l’Arte ha sempre cercato di rappresentare. Si trattava del trionfo e dell’apoteosi della vera natura della Materia che, attraverso l’Uovo, veniva filtrata e assorbita dal corpo umano in quel percorso fisiologico che lo caratterizza nel cammino dell’esistenza. L’azione della consumazione delle Uova manzoniane potrebbe essere dunque letta come il preludio alla successiva realizzazione della nota Merda d’artista. La tanto contestata e celebre scatoletta contenente Merda d’artista, solo in apparenza è un’opera volutamente dissacratoria. In profondità essa cela la celebrazione -non solo ironica- dell’essere umano che, grazie a Manzoni, trasforma i propri escrementi in ‘pure’ espressioni del suo Corpo e li paragona all’oro (E tutto questo accade perché i fatidici novanta grammi di escrementi raccolti nella scatoletta metallica venivano letteralmente venduti dall’artista al prezzo corrente di mercato dell’oro).

Manzoni aveva creato un potente sistema simbolico e rappresentativo che celebrava in toto la Materia del corpo umano, comprendendo anche il cibo e i tanto vituperati scarti escrementizi. Per la verità, in Manzoni, artista prestato alla cucina, è evidente la volontà di sperimentare in ogni campo. E con l’evento alla galleria Azimut Manzoni volle, riuscendoci appieno, coinvolgere il pubblico che, da mero insieme di spettatori, diventò l’attore, l’artefice e l’artista di un evento magico assolutamente fuori dall’ordinario e mai realizzato prima: LA CONSUMAZIONE DINAMICA DELL’ARTE DEL PUBBLICO DIVORARE L’ARTE.


Micole Imperiali