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L’estate è arrivata e ci ha travolto col suo caldo impetuoso e sfrontato. Estate per me significa anche tanto più tempo per leggere, bevute con gli amici, tra aperitivi, cene e dopocena. Provo a stilare una piccola lista di libri da leggere e bevande da abbinare, al mare, in montagna, in giardino o in città.

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È ancora caldo di stampa “Gli Aristopiatti. Storie e ricette della cucina aristocratica italiana”, il libro edito da Guido Tommasi nato da un’idea di Gianluca Biscalchin, food illustrator di grande talento, e dalla passione per la cucina ed il suo raccontare e raccontarsi di Lydia Capasso e Giovanna Esposito,  autrici legate dalla comune attività sul webmagazine “Gastronomia Mediterranea”.

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Quale odore preferiresti sentire? L'erba dolce che gli indiani adoperano nei loro cesti? Il cuoio affumicato? L'odore della terra a primavera dopo la pioggia? L'odore del mare quando un o cammina in mezzo alle ginestre su un promontorio in Galizia? O il vento di terra quando si avvicina a Cuba nell'oscurità: l'odore dei fiori di cactus, di mimosa e delle viti marine? O preferisci l'odore del prosciutto fritto, la mattina, quando hai fame? O quello del caffè del mattino? O di una mela quando la mordi? O di un frantoio quando si prepara il sidro, o del pane appena sfornato?

 

È il 1940, Ernest Hemingway scrive per chi suona la campana (da cui è tratto l’estratto precedente) e si trasferisce a Cuba con la terza moglie, Martha Gellhorn.

Hemingway conobbe Cuba quasi per caso. Era il 1928 ed era di passaggio per un viaggio con tutta la famiglia in Spagna. Ma fu la sua passione per la pesca d’altura dei marlin che spinse lo scrittore americano a visitare più volte l’isola (nel ’32 e nel ‘33). Nel 1940 acquistò Finca La Vigia, la casa nella quale scrisse due delle sue opere più note: Per chi suona la campana e Il vecchio e il mare, la seconda, Premio Pulitzer nel 1953, è influenzata dalla profonda conoscenza della vita e della psicologia dei pescatori, acquisita dall’autore durante i periodi trascorsi a Cuba.

Si narra che amasse il mare, il calore dell’isola e la bevanda tipica, il Mojito, cocktail che sembra sia stato inventato da Atilio de la Fuente, barman della famosissima Bodeguita del Medio, tipico bar ristorante de L’Avana. Un locale diventato un luogo di culto per tutti i visitatori stranieri, sulle cui pareti sono affisse le immagini di tutti i personaggi famosi che l’hanno frequentata. Di Hemingway è la frase scritta su un muro My mojito in La Bodeguita, My daiquiri in El Floridita.

Il Mojito nasce all'epoca del proibizionismo americano (tra il 1920 ed il 1933), quando bere alcolici era vietato. I turisti dagli Stati Uniti, usavano spesso recarsi a L'Havana (a sole 90 miglia dalla Florida), dove, oltre agli alcolici, potevano godersi la vitalità e l'ospitalità dei cittadini cubani.

Secondo la leggenda i primi a consumare alcool e menta furono i pirati caraibici, inventando "El Drake" (in onore del corsaro), che era un distillato di canna da zucchero, limone e menta che costituiva anche il rimedio usato sulle navi per la cura di diverse malattie.

Ricetta del Mojito originale:

Rum bianco cubano (5 cl)

succo di 1/2 lime

2 cucchiaini di zucchero di canna

8-9 foglioline di menta

ghiaccio a cubetti

soda (o acqua di seltz)

Sul fondo di un bicchiere alto (tipo tumbler) si pongono lo zucchero e il succo di lime. Si amalgamano bene gli ingredienti, poi si aggiunge la menta – che non va pestata, ma appena schiacciata - e la si mescola bene con il limone e lo zucchero (in questo modo le foglie rilasciano il loro retrogusto amaro). Si termina aggiungendo ghiaccio e rum bianco. Si mescola bene con un tocco finale di acqua gassata (o seltz o soda). A Cuba è permessa l'aggiunta finale di angostura, ottenendo così la variante criolla.


Carmen Vicinanza

Fermatevi un attivo e pensate: quante volte utilizzate il cibo nelle vostre frasi? Esistono migliaia di espressioni che utilizziamo quotidianamente e che hanno un diretto legame con ingredienti e materie prime di vario genere.

Dal prezzemolo alla cipolla, passando per le uova ed il latte: ogni occasione è buona per pronunciare detti e proverbi che utilizzano il cibo come metafora di vita quotidiana.

Non piangere sul latte versato; vestirsi a cipolla; essere come il prezzemolo. Espressioni simili fanno parte del nostro vocabolario e sono radicate nella nostra cultura.

E anche lo stesso verbo “mangiare”, che indica l’azione forse primaria dell’uomo, viene declinato in infiniti modi. “Mangiare a quattro palmenti” vuol dire mangiare voracemente, con ingordigia e in abbondanza. Perché? Il palmento è ognuna delle due macine del mulino ad acqua; il fatto di usarne addirittura il doppio sottolinea il concetto di voracità. Di contro, troviamo l’espressione “mangiare come un uccellino” cioè pochissimo anche se poi in realtà gli uccelli hanno un forte fabbisogno di cibo a causa della loro digestione immediata e del continuo movimento.

Il cavolo conquista un posto d’onore nella classifica degli ortaggi più utilizzati nella nostra lingua: andare a ingrassare i cavoli ,andare a piantar cavoli, farsi i cavoli propri , non capire un cavolo , non fare un cavolo, non valere un cavolo, portare il cavolo in mano e il cappone sotto, starci come i cavoli a merenda. Per il suo poco valore commerciale il cavolo è diventato sinonimo di cosa spregevole oppure di cosa di poco conto anche se poi nella realtà è un ortaggio nutriente e fa tanto bene alla salute.

Continuiamo assieme la nostra ricerca? Rompere le uova nel paniere; avere le mani in pasta; essere preso in castagna; avere il prosciutto sugli occhi; passare la patate bollente. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Unitevi al nostro viaggio e non sarà la solita minestra.

Annarita Costagliola

Tutta forme, capelli rossi e piglio deciso. Sono gli ingredienti irresistibili di Katharina Schweitzer, la nuova procace pasticcera e chef de garde-manger appena entrata a far parte dello staff del prestigioso ristorante gourmet Il Bue d’Oro, che l’oste Hugo Spielmann ha ricavato dall’ex birreria del padre proprio nel centro di Colonia. Ma l’allegra brigata di cucina in mezzo a cui Katharina si ritrova, nasconde in realtà malumori e rivalità e tra fuochi e fornelli si celano intrighi e gelosie inaspettate. Poco dopo il suo arrivo, un noto cliente amico del capocuoco muore in sala mentre sta cenando: un infarto causato da un veleno è solo il primo di una serie di omicidi. Tra cadaveri congelati e assassini a colpi di salami francesi, la cuoca Katharina indaga con l’aiuto della sua coinquilina, l’intraprendente ostetrica Adela, difendendosi anche dalle avances dell’affascinante chef del Bue d’Oro.

Leggi tutto: Delitto al pepe rosa, quando crimine e gastronomia si fondono

In questo intenso viaggio che abbiamo intrapreso, comprendiamo come sia forte il legame che unisce la fiaba e cibo. Man mano che continuiamo questo percorso attraverso i classici, ci accorgiamo come nelle grandi cerimonie le vivande facciano da cornice a regali festeggiamenti: si potrebbe presentare, tra i tanti, l’esempio de “La Bella Addormentata nel Bosco”, la cui versione più conosciuta è quella di Charles Perrault della raccolta del 1697, oltre che il famoso adattamento cinematografico della Disney del 1959.

Nella fiaba l’occasione per le sfarzose celebrazioni è la nascita della principessa, per cui viene imbastito un ricco banchetto. In una società fondata sul baratto – del cibo innanzitutto - come quella del racconto, la tavola ha una forte valenza sociale, simbolo di condivisione e appartenenza ad un gruppo, e il posto assegnato definisce l’importanza del partecipante al banchetto.
Non essere invitati ad una cerimonia del genere costituisce di conseguenza una grossa offesa, motivo per cui la fata esclusa scatenerà la sua ira contro la principessa condannandola ad una morte certa.

D’altronde il cibo è vita e condividerlo o donarlo significa offrire benessere, atto fortemente simbolico che ritroviamo ne “Il gatto con gli stivali” - fiaba pare risalente al XVI secolo rivisitata da sia Perrault che dai fratelli Grimm. Regalare infatti cacciagione al re – cibo molto gradito all’aristocrazia - permette al gatto di avviare una serie di stratagemmi che renderanno il suo povero padrone, conosciuto a partire dalla sua scalata sociale con lo pseudonimo di Marchese di Carabas, ricco e libero da preoccupazioni.

Il cibo permette quindi di raggiungere un obiettivo – è in questo caso un espediente per acquisire notorietà e valore e sposare la principessa – similmente a quanto succede in una fiaba di Andersen “Brodo di Stecchino” in cui il re dei topi sfida le sue commensali a preparare il miglior brodo di stecchino, promettendo di premiare la più abile con il titolo di regina. Ma gli alimenti possono anche essere sinonimo di rivelazione, come in “Pelle d’asino” di Perrault (1694) dove l’anello trovato all’interno di una pagnotta destinata al principe, gli permette di risalire all’elegante donna di cui si era innamorato e che sembrava sparita nel nulla perché solitamente camuffata da serva, vestita di una sporca pelle d’asino.

Ma non è finita qui. C’è infatti la concezione di cibo quale esperienza e insegnamento, come succede in “Cappuccetto Rosso”, dove la bambina che all’inizio della fiaba porta un cestino di vivande in dono alla nonna ammalata, diventa essa stessa pasto per il lupo, dalla cui pancia viene alla fine estratta dal coraggioso taglialegna, tornando al mondo con una maggior consapevolezza della vita e dei suoi pericoli. È quanto succede anche in “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll (1865), dove la protagonista mangia e beve pozioni, funghi e biscotti che la fanno crescere e rimpicciolire smisuratamente finchè riesce a trovare la giusta via di mezzo, che è quella poi da adottare per risolvere le situazioni che si trova ad affrontare. Anche il suo è quindi un viaggio alla scoperta di sé, una crescita interiore.

Diverso è il caso in cui il cibo è prodigio o maleficio, a seconda di proprietà acquisite attraverso qualche sorta d’incantesimo.

Così, se al primo caso appartiene “Jack e il fagiolo magico”, fiaba di origine anglosassone dove la pianta di legumi diventa il mezzo per raggiungere il castello del gigante e derubarlo, garantendosi una vita agiata, alla seconda si riferisce invece “Biancaneve”, racconto nato all’inizio dell’1800 dalla penna dei fratelli Grimm (e la cui versione Disneyana è del 1937), dove la “leggera” fiducia con cui la giovane accetta il frutto avvelenato traccia la facile associazione con la storia di Eva e l’immagine del peccato, che nel caso della bella dalla pelle bianca come la neve significa cadere in un sonno simile alla morte. Non si può dimenticare poi “Raperonzolo”, (Grimm), che a seconda delle sue rivisitazioni assume un diverso titolo: Petrosinella per quella di Basile del 1634 e Prezzemolina per la versione più recente di Calvino. In ogni caso il raperonzolo o il prezzemolo che cresce nel campo di una strega (o orca o fate a seconda dei casi) è oggetto delle voglie di una donna incinta che colta in flagrante durante il furto è costretta a promettere in cambio la nascitura, condannando così se stessa, il marito e la figlia stessa al dolore per la separazione e la bambina in particolare alla prigionia all’interno di una torre dove verrà rinchiusa. Nello specifico la pianta di raperonzolo ben si associa allo stato della donna gravida, in quanto autogenerante e simbolo di fertilità, mentre il prezzemolo, nelle sue proprietà abortive, si lega alla condanna della madre la cui ingordigia la porta a perdere la figlia per consegnarla per sempre alla strega, associando l’atto ad una mancata nascita.

 

In una corsa fino a tempi più recenti la smania verso il cibo guida le azioni più sconsiderate di un gruppo di bambini che per questo saranno puniti, come accade ne “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl (1964), in una contrapposizione tra vizio e umiltà, nel prevalere delle virtù coltivate conducendo una vita semplice e lontana da artifici, che permette al protagonista Charlie Bucket di avere la meglio sui suoi alteri compagni, aggiudicandosi il premio finale: diventare erede della tanto ammirata fabbrica.

E nella speranza di un mondo libero da armi e conflitti la fantasia di Rodari vede nel cibo la soluzione. Così nella sua “La torta in cielo” del 1966 una terribile bomba atomica pronta allo scoppio, grazie alla sbadataggine di un ministro che durante l’inaugurazione vi lascia cadere dentro un pasticcino, si risolve nella nascita di una gigantesca torta che domina i cieli di Roma, alla portata dell’arrembaggio di tutti i cittadini invitati all’assaggio.

 

Si potrebbe parlare all’infinito dell’associazione tra cibo e fiabe, tanto da scriverne libri su libri. Quel che è certo è il suo forte valore pedagogico, espresso attraverso un tipo di intrattenimento destinato non solo ai piccoli, per i quali generalmente si crede che le fiabe fossero state concepite, ma anche agli adulti, spesso intenti nei secoli passati all’ascolto di racconti di tradizione popolare per ingannare le lunghe ore di lavoro manuale, imparando in questo modo ad associare il senso di appartenenza culturale a quello morale, nello sviluppo della personalità legato al riconoscimento delle emozioni.

Ecco la Prima puntata: C’era una volta… Il cibo …La prima puntata

Micole Imperiali 

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