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Fermatevi un attivo e pensate: quante volte utilizzate il cibo nelle vostre frasi? Esistono migliaia di espressioni che utilizziamo quotidianamente e che hanno un diretto legame con ingredienti e materie prime di vario genere.

Dal prezzemolo alla cipolla, passando per le uova ed il latte: ogni occasione è buona per pronunciare detti e proverbi che utilizzano il cibo come metafora di vita quotidiana.

Non piangere sul latte versato; vestirsi a cipolla; essere come il prezzemolo. Espressioni simili fanno parte del nostro vocabolario e sono radicate nella nostra cultura.

E anche lo stesso verbo “mangiare”, che indica l’azione forse primaria dell’uomo, viene declinato in infiniti modi. “Mangiare a quattro palmenti” vuol dire mangiare voracemente, con ingordigia e in abbondanza. Perché? Il palmento è ognuna delle due macine del mulino ad acqua; il fatto di usarne addirittura il doppio sottolinea il concetto di voracità. Di contro, troviamo l’espressione “mangiare come un uccellino” cioè pochissimo anche se poi in realtà gli uccelli hanno un forte fabbisogno di cibo a causa della loro digestione immediata e del continuo movimento.

Il cavolo conquista un posto d’onore nella classifica degli ortaggi più utilizzati nella nostra lingua: andare a ingrassare i cavoli ,andare a piantar cavoli, farsi i cavoli propri , non capire un cavolo , non fare un cavolo, non valere un cavolo, portare il cavolo in mano e il cappone sotto, starci come i cavoli a merenda. Per il suo poco valore commerciale il cavolo è diventato sinonimo di cosa spregevole oppure di cosa di poco conto anche se poi nella realtà è un ortaggio nutriente e fa tanto bene alla salute.

Continuiamo assieme la nostra ricerca? Rompere le uova nel paniere; avere le mani in pasta; essere preso in castagna; avere il prosciutto sugli occhi; passare la patate bollente. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Unitevi al nostro viaggio e non sarà la solita minestra.

Annarita Costagliola

In questo intenso viaggio che abbiamo intrapreso, comprendiamo come sia forte il legame che unisce la fiaba e cibo. Man mano che continuiamo questo percorso attraverso i classici, ci accorgiamo come nelle grandi cerimonie le vivande facciano da cornice a regali festeggiamenti: si potrebbe presentare, tra i tanti, l’esempio de “La Bella Addormentata nel Bosco”, la cui versione più conosciuta è quella di Charles Perrault della raccolta del 1697, oltre che il famoso adattamento cinematografico della Disney del 1959.

Nella fiaba l’occasione per le sfarzose celebrazioni è la nascita della principessa, per cui viene imbastito un ricco banchetto. In una società fondata sul baratto – del cibo innanzitutto - come quella del racconto, la tavola ha una forte valenza sociale, simbolo di condivisione e appartenenza ad un gruppo, e il posto assegnato definisce l’importanza del partecipante al banchetto.
Non essere invitati ad una cerimonia del genere costituisce di conseguenza una grossa offesa, motivo per cui la fata esclusa scatenerà la sua ira contro la principessa condannandola ad una morte certa.

D’altronde il cibo è vita e condividerlo o donarlo significa offrire benessere, atto fortemente simbolico che ritroviamo ne “Il gatto con gli stivali” - fiaba pare risalente al XVI secolo rivisitata da sia Perrault che dai fratelli Grimm. Regalare infatti cacciagione al re – cibo molto gradito all’aristocrazia - permette al gatto di avviare una serie di stratagemmi che renderanno il suo povero padrone, conosciuto a partire dalla sua scalata sociale con lo pseudonimo di Marchese di Carabas, ricco e libero da preoccupazioni.

Il cibo permette quindi di raggiungere un obiettivo – è in questo caso un espediente per acquisire notorietà e valore e sposare la principessa – similmente a quanto succede in una fiaba di Andersen “Brodo di Stecchino” in cui il re dei topi sfida le sue commensali a preparare il miglior brodo di stecchino, promettendo di premiare la più abile con il titolo di regina. Ma gli alimenti possono anche essere sinonimo di rivelazione, come in “Pelle d’asino” di Perrault (1694) dove l’anello trovato all’interno di una pagnotta destinata al principe, gli permette di risalire all’elegante donna di cui si era innamorato e che sembrava sparita nel nulla perché solitamente camuffata da serva, vestita di una sporca pelle d’asino.

Ma non è finita qui. C’è infatti la concezione di cibo quale esperienza e insegnamento, come succede in “Cappuccetto Rosso”, dove la bambina che all’inizio della fiaba porta un cestino di vivande in dono alla nonna ammalata, diventa essa stessa pasto per il lupo, dalla cui pancia viene alla fine estratta dal coraggioso taglialegna, tornando al mondo con una maggior consapevolezza della vita e dei suoi pericoli. È quanto succede anche in “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll (1865), dove la protagonista mangia e beve pozioni, funghi e biscotti che la fanno crescere e rimpicciolire smisuratamente finchè riesce a trovare la giusta via di mezzo, che è quella poi da adottare per risolvere le situazioni che si trova ad affrontare. Anche il suo è quindi un viaggio alla scoperta di sé, una crescita interiore.

Diverso è il caso in cui il cibo è prodigio o maleficio, a seconda di proprietà acquisite attraverso qualche sorta d’incantesimo.

Così, se al primo caso appartiene “Jack e il fagiolo magico”, fiaba di origine anglosassone dove la pianta di legumi diventa il mezzo per raggiungere il castello del gigante e derubarlo, garantendosi una vita agiata, alla seconda si riferisce invece “Biancaneve”, racconto nato all’inizio dell’1800 dalla penna dei fratelli Grimm (e la cui versione Disneyana è del 1937), dove la “leggera” fiducia con cui la giovane accetta il frutto avvelenato traccia la facile associazione con la storia di Eva e l’immagine del peccato, che nel caso della bella dalla pelle bianca come la neve significa cadere in un sonno simile alla morte. Non si può dimenticare poi “Raperonzolo”, (Grimm), che a seconda delle sue rivisitazioni assume un diverso titolo: Petrosinella per quella di Basile del 1634 e Prezzemolina per la versione più recente di Calvino. In ogni caso il raperonzolo o il prezzemolo che cresce nel campo di una strega (o orca o fate a seconda dei casi) è oggetto delle voglie di una donna incinta che colta in flagrante durante il furto è costretta a promettere in cambio la nascitura, condannando così se stessa, il marito e la figlia stessa al dolore per la separazione e la bambina in particolare alla prigionia all’interno di una torre dove verrà rinchiusa. Nello specifico la pianta di raperonzolo ben si associa allo stato della donna gravida, in quanto autogenerante e simbolo di fertilità, mentre il prezzemolo, nelle sue proprietà abortive, si lega alla condanna della madre la cui ingordigia la porta a perdere la figlia per consegnarla per sempre alla strega, associando l’atto ad una mancata nascita.

 

In una corsa fino a tempi più recenti la smania verso il cibo guida le azioni più sconsiderate di un gruppo di bambini che per questo saranno puniti, come accade ne “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl (1964), in una contrapposizione tra vizio e umiltà, nel prevalere delle virtù coltivate conducendo una vita semplice e lontana da artifici, che permette al protagonista Charlie Bucket di avere la meglio sui suoi alteri compagni, aggiudicandosi il premio finale: diventare erede della tanto ammirata fabbrica.

E nella speranza di un mondo libero da armi e conflitti la fantasia di Rodari vede nel cibo la soluzione. Così nella sua “La torta in cielo” del 1966 una terribile bomba atomica pronta allo scoppio, grazie alla sbadataggine di un ministro che durante l’inaugurazione vi lascia cadere dentro un pasticcino, si risolve nella nascita di una gigantesca torta che domina i cieli di Roma, alla portata dell’arrembaggio di tutti i cittadini invitati all’assaggio.

 

Si potrebbe parlare all’infinito dell’associazione tra cibo e fiabe, tanto da scriverne libri su libri. Quel che è certo è il suo forte valore pedagogico, espresso attraverso un tipo di intrattenimento destinato non solo ai piccoli, per i quali generalmente si crede che le fiabe fossero state concepite, ma anche agli adulti, spesso intenti nei secoli passati all’ascolto di racconti di tradizione popolare per ingannare le lunghe ore di lavoro manuale, imparando in questo modo ad associare il senso di appartenenza culturale a quello morale, nello sviluppo della personalità legato al riconoscimento delle emozioni.

Ecco la Prima puntata: C’era una volta… Il cibo …La prima puntata

Micole Imperiali 

L’amore paragonabile a un gelato, una metafora bellissima per l’opera della graphic designer e visual artist partenopea, Antonia Bonetti, che è divenuta la copertina di un libro di poesie molto particolare, A Pugni Stretti di Giorgio Anastasia edizioni Evaluna. La Bonetti, da brava artista pop, usa spesso il cibo come messaggio sociale, un ventre peloso da uomo senza fallo su un tappeto di patatine fritte dal titolo gender equality, un hamburger-bambino che denuncia il consumismo della società occidentale ha il titolo burger kid, ancora patatine, cibo spazzatura per eccellenza, di facile accesso e consumo, costituiscono la cover di una sua performance.

Qui la metafora della poesia è un cono gelato, l’amore che ti cola sulle mani, che non regge, effimero e allo stesso tempo meraviglioso. Il gelato da sempre caratterizza il superfluo, il peccato di gola, il momento di relax e di benessere che ci si dedica, l’accompagnamento alle passeggiate sotto il sole, il momento del ristoro. L’amore può essere considerato alla stessa stregua? Scopriamolo con le 97 poesie d’amore di Giorgio Anastasia. Ogni copia è numerata, datata e firmata. Poesie da consultare più che da leggere, come i biscotti della fortuna del ristorante cinese, come l’oracolo dei Ching. Da sorbire una alla volta, come un gelato, come quel qualcosa di goloso, buono, fresco, dolce, che consola nei momenti di tristezza e di cui non si può abusare, a rigor di logica…

La copertina della bella raccolta di poesie d'amore, è un cono gelato leccato male e in maniera pigra, come fanno i bambini, come fa chi è distratto, infatti si sta già sciogliendo sulla mano di chi lo regge o lo sta mangiando mostrando un anello con la scritta “love”. Il gelato, assume il senso dell’amore: buono, dolce, peccaminoso, fugace, infantile e che se non consumato subito e con attenzione si dissolve e scorre via...

Un libro “di carta” che fa seguito alle innumerevoli edizioni digitali e agli inediti reading performativi che hanno raccolto sin qui la sua produzione poetica. Colto nella sua accezione più stringente e più ricca di pathos – l’amore desiderato, drammatico, sotto tortura, negato, rubato, strappato, rammendato, mai sopito e infine dilapidato per futili motivi o per resistenze arcaiche – il sentimento che regola quasi tutte le azioni umane viene presentato con versi struggenti, dalla grana emotiva altissima, secchi o suadenti a seconda della situazione: in ogni lirica, scavano un segno indelebile nel lettore – donandogli nuove prospettive, la forza di osare con l’amata o l’amato e, sovente, la commozione o l’estasi. Poesia intrigante, romantica, dirompente, malinconica che ha corpo, sangue, respiro, non scende mai a compromessi; è cosa narrata. Poeta non poeta, Giorgio Anastasia, narra con i suoi versi schegge di vita raccolte per strada come nelle pieghe di un letto o nel cono gelato goduto prima che si sciogliesse all’aria.

Giorgio Anastasia, studi in sociologia, nasce a Potenza 42 anni fa, vive a Napoli e l’attraversa in ogni dove animando fanzine letterarie nate nelle affollate copisterie del centro storico, creando e partecipando a gruppi di poesia, teatro e scrittura ipertestuale. Scrivendo e declamando, coinvolge musicisti e performer in sessioni urlate, tragicomiche, surreali ed ironiche insieme, dai titoli onomatopeici (Hash Poetry, Grida quando Bruci, Broccoli di Natale…). Di giorno è un programmatore, di sera legge i tarocchi agli amici che vengono da lontano e frequenta gallerie indie, dove ha cominciato a collezionare arte. Di notte, il poeta Giorgio da oltre vent’anni non ha mai smesso di scrivere raccolte con titoli evocativi. La prima ai tempi di Facebook è Camera Buia: ha attraversato le bacheche dei suoi fan insieme a consigli per gli ascolti. A Pugni Stretti, la sua seconda, è un diario d’amore da cui distillare ogni giorno un verso o una lirica da dedicarsi o da dedicare alla passione del momento. Sta già scrivendo la terza il cui tema è il dopo amore. Chissà a quale peccato di gola sarà associabile, forse a un regime alimentare più triste e controllato… Per saperne di più, un living poetry si terrà al Sottopalco del Teatro Bellini di Napoli, libreria Marotta&Cafiero, il giorno 17 aprile dalle ore 19.

Carmen Vicinanza

Il Futurismo, discusso movimento artistico di rottura nato nel 1900, grazie al poeta e scrittore Filippo Tommaso Marinetti, si può considerare il movimento artistico di maggior novità nel panorama culturale italiano. Si rivolgeva a tutte le arti proponendo, in sostanza, un nuovo atteggiamento nei confronti del concetto stesso di arte.

Manifesto cucina futuristaCiò che il futurismo rifiutava era il concetto di un’arte elitaria e decadente, confinata nei musei e negli spazi della cultura aulica. Proponeva invece un balzo in avanti, per esplorare il mondo del futuro, fatto di parametri quali la modernità contro l’antico, la velocità contro la stasi, la violenza contro la quiete, e così via. Ultima delle «grandi battaglie artistiche e politiche spesso consacrate col sangue» del gruppo dei Futuristi fu il concetto di cucina, considerata come la lotta contro l'«alimento amidaceo» (cioè la pastasciutta), colpevole di ingenerare negli assuefatti consumatori «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo». Prende le mosse da una cena al ristorante milanese «Penna d'oca» (15 novembre 1930). Al termine, Marinetti preannuncia il Manifesto della cucina futurista, che sarà pubblicato il 20 gennaio 1931.

Precursore della cucina futurista è però il cuoco francese Jules Maincave.  Annoiato dai «metodi tradizionali delle mescolanze», a suo dire «monotoni sino alla stupidità», egli si ripropone di «avvicinare elementi oggi separati da prevenzioni senza serio fondamento»: filetto di montone e salsa di gamberi, noce di vitello e assenzio, banana e groviera, aringa  e gelatina di fragola.Da allora gli esperimenti culinari futuristi hanno lasciato un segno nella storia della civiltà e della gastronomia internazionale e non solo per la stravaganza delle proposte degli artisti che si prestavano a vestire i panni di cuochi, ma anche per la volontà di equiparare la cucina alle arti più 'nobili', come la letteratura e le arti figurative. Da allora gli chef più all'avanguardia hanno osato sperimentare piatti che si potevano definire, per la loro mise en place, sempre più opere d'arte a discapito del sapore.Oltre all'eliminazione della pastasciutta, il Manifesto - di pugno di Marinetti - predica l'abolizione della forchetta e del coltello, dei condimenti tradizionali, del peso e del volume degli alimenti e della politica a tavola; auspica la creazione di «bocconi simultaneisti e cangianti», invita i chimici ad inventare nuovi sapori e incoraggia l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi.

Al lancio del Manifesto segue una folta serie di conferenze e banchetti futuristi in Italia e in Francia, l'inaugurazione della taverna «Santopalato» e finalmente, nel 1932, la pubblicazione del libro La cucina futurista di Marinetti e Fillìa. Lo si può a ragione definire uno spensierato e caotico guazzMenù futuristaabuglio di timide e spesso pleonastiche variazioni su ricette del tutto tradizionali, di innovazioni più di forma che di sostanza, di suggestioni esotiche e di vere e proprie freddure, la cucina futurista si riscatta quando propone piatti programmaticamente incommestibili, assemblati con la tecnica dadaista del «cadavere squisito». I futuristi si impegnarono anche a italianizzare alcuni termini di origine straniera, il cocktail divenne così la polibibita (che si poteva ordinare al quisibeve e non al bar); analogamente, il sandwich prese il nome di tramezzino,  il dessert divenne peralzarsi, e il picnic pranzoalsole.

Alcune curiosità: Mike Patton, leader dei Faith No More, si è ispirato all'opera di Marinetti Cucina futurista per comporre il suo secondo album da solista, Pranzo Oltranzista, del 1997. Anche Morgan, poliedrico ed eccentrico, ma soprattutto coltissimo musicista, ha voluto omaggiare la cucina futurista in una trasmissione televisiva, Chef per un giorno, nel 2009, contrapponendo due differenti menù, quello di destra, futurista  e guerraiolo, con spiegazione a parte dello chef e uno di sinistra, contadino e della tradizione con interiora di animali vari. Ricette in pieno stile Morganiano e futurista, cioè con accostamenti assurdi e assolutamente poco invitanti, ma di sicuro di rottura e vera contaminazione! 

Carmen Vicinanza

 

 

 

 

 

Principi e principesse, indigenti e oppressi, orchi e streghe, e ancora fate, gnomi, cavalieri e chi più ne ha più ne metta. Sono i personaggi che popolano le fiabe, racconti di antiche tradizioni popolari tramandate dapprima oralmente e in seguito trascritte secondo schemi che si ripetono nelle loro varianti con precisi intenti pedagogici.

 Ma raccontando gesta e intrighi, pozioni e incantesimi, le fiabe narrano anche il cibo, strumento utilissimo a spiegare concetti chiave che vanno al di là della semplice nozione di nutrimento.

Così le tavole apparecchiate sfarzosamente, coperte di pietanze gustose come selvaggina, dolci, vini e pane di tutti i tipi, parlano di ricchezza ma allo stesso tempo del suo opposto, esemplificato da povertà, carestie e pasti frugali a base di pane raffermo e minestre. Un lauto pasto può quindi, sì, costituire il festeggiamento che marca il trionfo e la soluzione del dramma, ma anche denunciare differenze sociali e sopraffazioni, assumendo un forte significato antroposociologico.

Basti pensare a “La piccola fiammiferaia” (1848) in cui Hans Christian Andersen definisce e condanna una società basata sul denaro, senza rispetto per la vita, neanche quando si tratta di quella di un bambino. In questo contesto è negata anche la possibilità di sognare, che diventa sinonimo di morte. La piccola protagonista, infatti, che nel gelo della notte di Capodanno per scaldarsi accende i fiammiferi che dovrebbe vendere, immagina alla loro luce prima una stufa, poi un tavolo imbandito e un albero di Natale, infine la nonna defunta, ma terminati i fiammiferi e stremata dal freddo si abbandona alla morte, che nel ricongiungimento alla nonna amata rappresenta l’unico sollievo possibile. Da qui l’estrema denuncia dell’autore: non è accettabile negare bisogni primari quali un alloggio – che non sia solo riparo, ma anche conforto e sicurezza - e un pasto caldo – in quanto nutrimento completo, costante e soddisfacente.

 

Nella miseria assoluta il cibo diventa fonte di disperazione, e la sua mancanza l’ostacolo maggiore alla sopravvivenza, tanto da condurre i più poveri a soluzioni disperate, come succede in “Pollicino” (dalla raccolta “I racconti di mamma l'oca” del 1697 di Charles Perrault), in cui i genitori nell’impossibilità di sfamare i sette figli decidono di abbandonarli nel bosco.

Qui il cibo, nella sua assenza, è privazione, e non solo del nutrimento ma anche dell’amore genitoriale. Allo stesso tempo però è speranza, unione familiare, nel caso delle molliche di pane usate da Pollicino per marcare il sentiero che li conduce nella foresta e che rappresentano il tentativo di ritrovare la via di casa, prima che esse diventino però pasto per gli uccelli del bosco e condanna a perdere definitivamente l’orientamento.

 Il tema delle molliche di pane, così come della fame e dell’abbandono torna anche in un’altra fiaba. Si tratta di “Hansel e Gretel”, dei fratelli Grimm, dove in una disperata concatenazione di eventi, la casetta di marzapane diventata sostentamento per i due bambini affamati da lunghi giorni di stenti dopo l’abbandono nel bosco, si fa presagio di morte quando i protagonisti vengono imprigionati tra le sue mura dalla vecchia strega in attesa che ingrassino abbastanza per essere mangiati.

È il caso in cui l’abbondanza di cibo – rappresentata dalla quantità di invitanti leccornie che tempestano la dimora della strega - si fa sinonimo di pericolo, elemento che torna anche in altre fiabe come “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi (1881), dove il binomio abbondanza-perdizione è esemplificato sia dal Paese della Cuccagna, in cui tutto è rappresentato da cibo, sia dalla scena dell’abbondante e ricca cena del Gatto e la Volpe presso l’Osteria Gambero Rosso, che nasconde l’agguato dei due lestofanti in seguito al quale Pinocchio sarà catturato dal pescatore verde e – scambiato per uno strano pesce – quasi fritto in padella.

In questi esempi, se l’eccedenza di cibo è rischio, la frugalità sta per semplicità e onestà, basti pensare alla casa di Geppetto, dove la pentola, così come il fuoco sono dipinti sulla parete e il pane è di gesso, il pollo di cartone, le albicocche di alabastro, e il pasto del burattino si limita a tre pere e un po’ di pane secco.

Quel che è chiaro è che la relazione tra fiaba e cibo è costante, così come lo è per l’individuo nella vita di tutti i giorni. In tempi di magra, come abbiamo visto, è oggetto di desiderio, ingiustizie, odio, morte, proprio perché è ciò che più manca e senza il quale l’uomo si riduce ad una belva guidata da istinti primordiali. Quando esso arriva - e magari si moltiplica al recitare una formula come ne “Il pentolino magico” dei fratelli Grimm - è invece un miracolo, si parla quindi di magia e trionfano i sentimenti positivi della speranza, dell’amore, della fiducia, e così via, perché elemento garante di benessere.

In questo scenario la bocca in quanto mezzo attraverso il quale ci alimentiamo, diventa strumento di elaborazione dell’esterno – il cibo – per renderlo proprio, interno, esperienza della risorsa vitale. E poiché esso è così irrinunciabile, è garanzia di successo quando utilizzato per trarre in inganno, di incommensurabile valore se rappresenta un premio o un immancabile sfarzo quando alla base di feste e ricevimenti.

Il cibo rappresenta insomma non solo ricchezza, ma anche libertà, perché soddisfando una necessità primaria permette di raggiungere la libertà per eccellenza, che è l’assenza da qualsiasi tipo dipendenza, compresa la fame.

Leggi ancora: C’era una volta… il cibo …La seconda puntata

 

 

Micole Imperiali

 

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10 anni per scrivere Via con Vento.16 anni, invece, sono serviti a Tolkien per completare la Trilogia dell’ Anello.Ma anche 60 ore di fila (senza dormire) per raccontare “Il bambino con il pigiama a righe” o 26 giorni sono bastati a Dostoevskij per completare “Il Giocatore”. Il sito stylist.co.uk ha classificato le più famose opere letterarie scritte in massimo sei settimane:

Quel che resta del giorno

Per il suo romanzo dal quale è stato tratto il film omonimo di James Ivory, lo scrittore giapponese Kazuo Ishiguro, ha impiegato 4 settimane

 

Il bambino con il pigiama a righe

La prima stesura del  romanzo del 2006 dello scrittore irlandese John Boyne, tradotto in 32 paesi, è stata completata in due giorni e mezzo.

 

La lepre e la tartaruga

Una storia di vita e d'amore firmata dalla grande Elizabeth Jenkins che in solo tre settimane scrive quello viene considerato un classico della letteratura matrimoniale.

 

Missione Confidenziale

Sotto massice dosi di anfetamina Graham Greene, autore del famose romanzo, scrisse 2.000 parole al giorno per sei settimane.

 

Non c’è tempo per morire

Il  trentaseiesimo romanzo basato sull'agente segreto James Bond, dell'autore inglese Sebastian Faulks. Scritto in meno di due mesi.

 

Gli anni fulgenti di Miss Brodie

Il romanzo della scrittrice scozzese Muriel Spark del 1961 è stato scritto in solo un mese. La scrittrice fu ispirata da un compito in classe.

 

Uno studio in rosso

Tre settimane per  il primo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle sulle avventure del celebre detective Sherlock Holmes, pubblicato nel 1887.

 

Arancia Meccanica

Il romanzo di Anthony Burgess del 1962, simbolo di una generazione è stato , come dichiarato dallo stesso autore,una sorta di gioco buttato giù per denaro in tre settimane”

 

On the Road

Sulla strada, il capolavoro dello scrittore statunitense Jack Kerouac, simbolo della beat generation,è stato scritto in tre settimane a partire dall’Aprile 1951.

 

Il giocatore

I debiti a causa dei problemi col gioco d’azzardo furono invece la motivazione per Fëdor Dostoevskij  per terminare il romanzo prima della scadenza impostagli dal suo editore.Solamente 26 giorni per scrivere un capolavoro e salvarsi dal disastro finanziario.

Giovanni Salzano

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