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Principi e principesse, indigenti e oppressi, orchi e streghe, e ancora fate, gnomi, cavalieri e chi più ne ha più ne metta. Sono i personaggi che popolano le fiabe, racconti di antiche tradizioni popolari tramandate dapprima oralmente e in seguito trascritte secondo schemi che si ripetono nelle loro varianti con precisi intenti pedagogici.

 Ma raccontando gesta e intrighi, pozioni e incantesimi, le fiabe narrano anche il cibo, strumento utilissimo a spiegare concetti chiave che vanno al di là della semplice nozione di nutrimento.

Così le tavole apparecchiate sfarzosamente, coperte di pietanze gustose come selvaggina, dolci, vini e pane di tutti i tipi, parlano di ricchezza ma allo stesso tempo del suo opposto, esemplificato da povertà, carestie e pasti frugali a base di pane raffermo e minestre. Un lauto pasto può quindi, sì, costituire il festeggiamento che marca il trionfo e la soluzione del dramma, ma anche denunciare differenze sociali e sopraffazioni, assumendo un forte significato antroposociologico.

Basti pensare a “La piccola fiammiferaia” (1848) in cui Hans Christian Andersen definisce e condanna una società basata sul denaro, senza rispetto per la vita, neanche quando si tratta di quella di un bambino. In questo contesto è negata anche la possibilità di sognare, che diventa sinonimo di morte. La piccola protagonista, infatti, che nel gelo della notte di Capodanno per scaldarsi accende i fiammiferi che dovrebbe vendere, immagina alla loro luce prima una stufa, poi un tavolo imbandito e un albero di Natale, infine la nonna defunta, ma terminati i fiammiferi e stremata dal freddo si abbandona alla morte, che nel ricongiungimento alla nonna amata rappresenta l’unico sollievo possibile. Da qui l’estrema denuncia dell’autore: non è accettabile negare bisogni primari quali un alloggio – che non sia solo riparo, ma anche conforto e sicurezza - e un pasto caldo – in quanto nutrimento completo, costante e soddisfacente.

 

Nella miseria assoluta il cibo diventa fonte di disperazione, e la sua mancanza l’ostacolo maggiore alla sopravvivenza, tanto da condurre i più poveri a soluzioni disperate, come succede in “Pollicino” (dalla raccolta “I racconti di mamma l'oca” del 1697 di Charles Perrault), in cui i genitori nell’impossibilità di sfamare i sette figli decidono di abbandonarli nel bosco.

Qui il cibo, nella sua assenza, è privazione, e non solo del nutrimento ma anche dell’amore genitoriale. Allo stesso tempo però è speranza, unione familiare, nel caso delle molliche di pane usate da Pollicino per marcare il sentiero che li conduce nella foresta e che rappresentano il tentativo di ritrovare la via di casa, prima che esse diventino però pasto per gli uccelli del bosco e condanna a perdere definitivamente l’orientamento.

 Il tema delle molliche di pane, così come della fame e dell’abbandono torna anche in un’altra fiaba. Si tratta di “Hansel e Gretel”, dei fratelli Grimm, dove in una disperata concatenazione di eventi, la casetta di marzapane diventata sostentamento per i due bambini affamati da lunghi giorni di stenti dopo l’abbandono nel bosco, si fa presagio di morte quando i protagonisti vengono imprigionati tra le sue mura dalla vecchia strega in attesa che ingrassino abbastanza per essere mangiati.

È il caso in cui l’abbondanza di cibo – rappresentata dalla quantità di invitanti leccornie che tempestano la dimora della strega - si fa sinonimo di pericolo, elemento che torna anche in altre fiabe come “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” di Carlo Collodi (1881), dove il binomio abbondanza-perdizione è esemplificato sia dal Paese della Cuccagna, in cui tutto è rappresentato da cibo, sia dalla scena dell’abbondante e ricca cena del Gatto e la Volpe presso l’Osteria Gambero Rosso, che nasconde l’agguato dei due lestofanti in seguito al quale Pinocchio sarà catturato dal pescatore verde e – scambiato per uno strano pesce – quasi fritto in padella.

In questi esempi, se l’eccedenza di cibo è rischio, la frugalità sta per semplicità e onestà, basti pensare alla casa di Geppetto, dove la pentola, così come il fuoco sono dipinti sulla parete e il pane è di gesso, il pollo di cartone, le albicocche di alabastro, e il pasto del burattino si limita a tre pere e un po’ di pane secco.

Quel che è chiaro è che la relazione tra fiaba e cibo è costante, così come lo è per l’individuo nella vita di tutti i giorni. In tempi di magra, come abbiamo visto, è oggetto di desiderio, ingiustizie, odio, morte, proprio perché è ciò che più manca e senza il quale l’uomo si riduce ad una belva guidata da istinti primordiali. Quando esso arriva - e magari si moltiplica al recitare una formula come ne “Il pentolino magico” dei fratelli Grimm - è invece un miracolo, si parla quindi di magia e trionfano i sentimenti positivi della speranza, dell’amore, della fiducia, e così via, perché elemento garante di benessere.

In questo scenario la bocca in quanto mezzo attraverso il quale ci alimentiamo, diventa strumento di elaborazione dell’esterno – il cibo – per renderlo proprio, interno, esperienza della risorsa vitale. E poiché esso è così irrinunciabile, è garanzia di successo quando utilizzato per trarre in inganno, di incommensurabile valore se rappresenta un premio o un immancabile sfarzo quando alla base di feste e ricevimenti.

Il cibo rappresenta insomma non solo ricchezza, ma anche libertà, perché soddisfando una necessità primaria permette di raggiungere la libertà per eccellenza, che è l’assenza da qualsiasi tipo dipendenza, compresa la fame.

Leggi ancora: C’era una volta… il cibo …La seconda puntata

 

 

Micole Imperiali

 

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Il Futurismo, discusso movimento artistico di rottura nato nel 1900, grazie al poeta e scrittore Filippo Tommaso Marinetti, si può considerare il movimento artistico di maggior novità nel panorama culturale italiano. Si rivolgeva a tutte le arti proponendo, in sostanza, un nuovo atteggiamento nei confronti del concetto stesso di arte.

Manifesto cucina futuristaCiò che il futurismo rifiutava era il concetto di un’arte elitaria e decadente, confinata nei musei e negli spazi della cultura aulica. Proponeva invece un balzo in avanti, per esplorare il mondo del futuro, fatto di parametri quali la modernità contro l’antico, la velocità contro la stasi, la violenza contro la quiete, e così via. Ultima delle «grandi battaglie artistiche e politiche spesso consacrate col sangue» del gruppo dei Futuristi fu il concetto di cucina, considerata come la lotta contro l'«alimento amidaceo» (cioè la pastasciutta), colpevole di ingenerare negli assuefatti consumatori «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo». Prende le mosse da una cena al ristorante milanese «Penna d'oca» (15 novembre 1930). Al termine, Marinetti preannuncia il Manifesto della cucina futurista, che sarà pubblicato il 20 gennaio 1931.

Precursore della cucina futurista è però il cuoco francese Jules Maincave.  Annoiato dai «metodi tradizionali delle mescolanze», a suo dire «monotoni sino alla stupidità», egli si ripropone di «avvicinare elementi oggi separati da prevenzioni senza serio fondamento»: filetto di montone e salsa di gamberi, noce di vitello e assenzio, banana e groviera, aringa  e gelatina di fragola.Da allora gli esperimenti culinari futuristi hanno lasciato un segno nella storia della civiltà e della gastronomia internazionale e non solo per la stravaganza delle proposte degli artisti che si prestavano a vestire i panni di cuochi, ma anche per la volontà di equiparare la cucina alle arti più 'nobili', come la letteratura e le arti figurative. Da allora gli chef più all'avanguardia hanno osato sperimentare piatti che si potevano definire, per la loro mise en place, sempre più opere d'arte a discapito del sapore.Oltre all'eliminazione della pastasciutta, il Manifesto - di pugno di Marinetti - predica l'abolizione della forchetta e del coltello, dei condimenti tradizionali, del peso e del volume degli alimenti e della politica a tavola; auspica la creazione di «bocconi simultaneisti e cangianti», invita i chimici ad inventare nuovi sapori e incoraggia l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi.

Al lancio del Manifesto segue una folta serie di conferenze e banchetti futuristi in Italia e in Francia, l'inaugurazione della taverna «Santopalato» e finalmente, nel 1932, la pubblicazione del libro La cucina futurista di Marinetti e Fillìa. Lo si può a ragione definire uno spensierato e caotico guazzMenù futuristaabuglio di timide e spesso pleonastiche variazioni su ricette del tutto tradizionali, di innovazioni più di forma che di sostanza, di suggestioni esotiche e di vere e proprie freddure, la cucina futurista si riscatta quando propone piatti programmaticamente incommestibili, assemblati con la tecnica dadaista del «cadavere squisito». I futuristi si impegnarono anche a italianizzare alcuni termini di origine straniera, il cocktail divenne così la polibibita (che si poteva ordinare al quisibeve e non al bar); analogamente, il sandwich prese il nome di tramezzino,  il dessert divenne peralzarsi, e il picnic pranzoalsole.

Alcune curiosità: Mike Patton, leader dei Faith No More, si è ispirato all'opera di Marinetti Cucina futurista per comporre il suo secondo album da solista, Pranzo Oltranzista, del 1997. Anche Morgan, poliedrico ed eccentrico, ma soprattutto coltissimo musicista, ha voluto omaggiare la cucina futurista in una trasmissione televisiva, Chef per un giorno, nel 2009, contrapponendo due differenti menù, quello di destra, futurista  e guerraiolo, con spiegazione a parte dello chef e uno di sinistra, contadino e della tradizione con interiora di animali vari. Ricette in pieno stile Morganiano e futurista, cioè con accostamenti assurdi e assolutamente poco invitanti, ma di sicuro di rottura e vera contaminazione! 

Carmen Vicinanza

 

 

 

 

 

10 anni per scrivere Via con Vento.16 anni, invece, sono serviti a Tolkien per completare la Trilogia dell’ Anello.Ma anche 60 ore di fila (senza dormire) per raccontare “Il bambino con il pigiama a righe” o 26 giorni sono bastati a Dostoevskij per completare “Il Giocatore”. Il sito stylist.co.uk ha classificato le più famose opere letterarie scritte in massimo sei settimane:

Quel che resta del giorno

Per il suo romanzo dal quale è stato tratto il film omonimo di James Ivory, lo scrittore giapponese Kazuo Ishiguro, ha impiegato 4 settimane

 

Il bambino con il pigiama a righe

La prima stesura del  romanzo del 2006 dello scrittore irlandese John Boyne, tradotto in 32 paesi, è stata completata in due giorni e mezzo.

 

La lepre e la tartaruga

Una storia di vita e d'amore firmata dalla grande Elizabeth Jenkins che in solo tre settimane scrive quello viene considerato un classico della letteratura matrimoniale.

 

Missione Confidenziale

Sotto massice dosi di anfetamina Graham Greene, autore del famose romanzo, scrisse 2.000 parole al giorno per sei settimane.

 

Non c’è tempo per morire

Il  trentaseiesimo romanzo basato sull'agente segreto James Bond, dell'autore inglese Sebastian Faulks. Scritto in meno di due mesi.

 

Gli anni fulgenti di Miss Brodie

Il romanzo della scrittrice scozzese Muriel Spark del 1961 è stato scritto in solo un mese. La scrittrice fu ispirata da un compito in classe.

 

Uno studio in rosso

Tre settimane per  il primo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle sulle avventure del celebre detective Sherlock Holmes, pubblicato nel 1887.

 

Arancia Meccanica

Il romanzo di Anthony Burgess del 1962, simbolo di una generazione è stato , come dichiarato dallo stesso autore,una sorta di gioco buttato giù per denaro in tre settimane”

 

On the Road

Sulla strada, il capolavoro dello scrittore statunitense Jack Kerouac, simbolo della beat generation,è stato scritto in tre settimane a partire dall’Aprile 1951.

 

Il giocatore

I debiti a causa dei problemi col gioco d’azzardo furono invece la motivazione per Fëdor Dostoevskij  per terminare il romanzo prima della scadenza impostagli dal suo editore.Solamente 26 giorni per scrivere un capolavoro e salvarsi dal disastro finanziario.

Giovanni Salzano

 

Esiste un cibo per la sopravvivenza e la disperazione, e uno per i ricordi che diventano tradizione. Uno per l’amore e le sue promesse, e uno per le ingiurie della storia.
Con un ritmo fatto di flashback, attese e improvvise virate, Davide Enia nel romanzo Uomini e Pecore, traccia e lascia allargarsi a macchia d’olio, la storia che ha il viso e la voce dei suoi due protagonisti: Ciro e Giovanni, nonno e nipote, porta dispacci della Seconda Guerra e studente di Storia affascinato dagli insegnamenti del passato.
La città di Roma - e il tempo che s’insinua nella sua essenza - li unisce, l’essere umani e fedeli a se stessi ancora di più.

 

Il racconto si alterna tra un tempo di guerra vissuto da Ciro e riferito attraverso il suo memoriale - con tutto il suo carico di fame, sconforto, angoscia eppur disperata determinazione - e un tempo attuale, dove gli episodi ripercorsi da Giovanni per l’amico Davide sulle vicende del nonno, sono quelli che l’anziano ripeteva fedelmente ogni domenica, davanti alla tavola imbandita che riuniva nel rito la famiglia.
Nonostante le atrocità, e il senso diffuso di spietata risolutezza che guida la guerra, il culmine del testo di Enia è l’amore, insieme ad una volontà, che è bisogno disperato, di aggrapparcisi, nel diritto urlato di una vita da vivere appieno. Il filo rosso che lega il tutto, il cibo. E ad ogni piatto si lega un pezzo di storia.

Così la pasta alla carbonara consumata ad uno stesso tavolo, tra soldati italiani e americani, rappresenta non solo la nascita di una nuova pietanza che da dopo la guerra diventerà basilare nella cucina romana, ma anche quel legame col senso di casa che abbatte le frontiere tra Paesi, accomunando soldati di diversa provenienza nella condivisione di uno stesso destino.
La coda alla vaccinara, nella sua lenta e precisa preparazione riconduce invece Giovanni al primo pasto consumato insieme a Silvia, la donna a cui chiederà di accompagnarlo per il resto della vita, dando forma attraverso sapori e colori al coraggio che lo guiderà a saltare in nome delle emozioni.
O ancora fave e pecorino, fiori di zucca in pastella con mozzarella e alici, baccalà fritto, insalata di puntarelle con acciughe, la concia: tutti piatti la cui preparazione Elsa spiega a Ciro per vincere il terrore, nel momento in cui, dopo avergli offerto riparo in seguito alla consegna del suo ultimo dispaccio, sono costretti a nascondersi in una credenza per evitare di essere scoperti e giustiziati dai soldati tedeschi in rappresaglia, ultima violenza prima della fuga da Roma, quando ormai gli Alleati sono alle porte della città.
Facendo appello all’ultima traccia di forza che gli rimane – quella della disperazione – Ciro mette così al sicuro da un destino senza via di scampo la ragazza che diventerà anni dopo madre dei suoi figli. Lotta, fino all’ultimo, spingendo Elsa a richiamare alla mente i genitori deportati e scomparsi per sempre, attraverso le ricette imparate dalla madre, affidando al sapore dei ricordi la salvezza di entrambi e di coloro che nasceranno negli orizzonti chiari di un domani possibile. 

Qualche passo da Uomini e Pecore edito da EDT:

«Raccontami cosa cucini.» (…)  Dai, Elsa. Raccontamelo ora.>> È un sussurro.  «La concia.»

<< Brava Elsa, bravissima.>> 

La nuova azione dei soldati ha inizio. Hanno sfondato il portone del palazzo.
«Le zucchine si tagliano a cerchi sottili e si mettono ad asciugare dentro un panno per mezza giornata.» 
Un gruppo inizia a salire su per le scale.

«Si friggono e si uniscono a una marinata di aceto, aglio e basilico.»  Sono quasi arrivati al nostro pianerottolo.

«Si salano.» Sono in tre.
«Si lasciano riposare per un giorno intero prima di servirle.» E la porta di casa viene buttata giù da un calcio."

 

Micole Imperiali

Lui è Daniele de Michele, alias DonPasta , e ama la cucina. Ma non quella che invade oramai le case e le strade con programmi e super cartelloni pubblicitari su furgoncini. No. Il progetto di DonPasta è molto di più. Affonda le radici nelle tradizioni gastronomiche delle singole famiglie, ne studia le evoluzioni e i cambiamenti, le differenze da “palazzo a palazzo”.

Leggi tutto: Artusi diventa Remix grazie a DonPasta

 

Parlare di Piero Mastroberardino non è un’opera facile: ci riferiamo a un uomo estremamente istrionico, che nella sua (nemmeno lunghissima) vita ha fatto un po’ di tutto: ordinario di Economia e Gestione delle Imprese nell’Università degli Studi di Foggia è anche l’erede della più antica casa vinicola della Campania, una delle più famose d’Italia, la cui storia è lunga dodici generazioni. Come se non bastasse è un grande maestro della penna, un artista a tutto tondo capace di esprimersi al meglio anche quando si tratta di buttare giù un romanzo.

Leggi tutto: Giro Di Vite, la vibrante emozione di Piero Mastroberardino

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