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L’arduo compito giornalistico di riassumere in poche righe un evento così omnicomprensivo e sfaccettato è di difficile risoluzione. Tanto si potrebbe parlare e scrivere di Identità Golose, ma le parole non hanno lo stesso passo delle immagini, degli odori, dei sapori. Nonostante questo ci sono molti spunti che vale la pena sottolineare, qualche sfumatura sinestetica che vale la pena diffondere. Ma partiamo con ordine. Identità Golose è il primo congresso italiano di cucina e pasticceria d’autore, ideato da Paolo Marchi (ex firma del Giornale) con sede a Milano.
Per tre giorni la città meneghina diventa un po’ l’ombelico del mondo gastronomico, dove grandi personalità si incontrano e dibattono in merito ad un tema diverso di anno in anno. Quello di questa dodicesima edizione è forse uno dei più caldi di sempre: la forza della libertà. Libertà intesa come creatività, convivialità, conoscenza, sperimentazione. Un termine dolcissimo che gli attentati di Parigi hanno pateticamente cercato di scalfire. Un lemma che tra l’altro proprio nel settore gastronomico negli ultimi tempi sta faticando ad emergere, tra pseudo mode salutiste e aberrazioni nutrizionali. Lo scrive molto bene lo stesso Marchi, riprendendo la nota frase del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia”; paradossalmente un secolo e mezzo dopo pare proprio il contrario, con l’essere umano che si identifica più in ciò che rifiuta che in quello che accetta di introdurre nel proprio organismo.
Banditi dunque gli schemi, i falsi concetti, i luoghi comuni: Identità Golose fa subito ben intendere che bisogna strenuamente difendere la felicità dinnanzi al nuovo, alla contaminazione di sapori, alle alimentazioni diverse.


E a dire la loro sono spiccate personalità famosissime nella ristorazione: da Bottura (“Per scoprire la verità delle cose bisogna andare in profondità”) a Cracco (con gli elogi e omaggi ad Annie Feolde e Giorgio Pinchiorri), da Scabin (“la libertà è riuscire a pensare il futuro”) a Romito (“Non voglio piacere a tutti ma voglio fare piatti capaci di dialogare con tutti, confortanti e non ruffiani”), con un focus anche abbastanza intenso su pizze e dintorni con Gino Sorbillo, Franco Pepe ed Enzo Coccia a portare alto il vessillo partenopeo. E così via per altri centinaia di uomini e donne (prima ancora che chef) con la loro voglia (e libertà) di dire la propria. Ci si potrebbe scrivere una tesi, ma poi toglieremmo spazio ad un’altra importante faccia del congresso. Quello delle numerose piccole, medie e grandi aziende che hanno allestito i propri stand in loco, alcuni dei quali ripresi negli scatti a corredo di questo pezzo. Storie di passione e quasi sempre di sacrifici. Storie di donne e uomini. Storie di libertà. Storie di una libertà che guida il cibo. Oggi e, si spera, per sempre.

Massimiliano Guadagno