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“No, ti prego non ora” dissi tra me e me mentre una leva del freno decideva di passare prematuramente a miglior vita. Il morbido fumo del sigaro appena acceso strideva con il rimbombo degli ammassi di acciaio ed alluminio che sfrecciavano sull’asfalto.
Non avevo molta scelta. Abbandonai lo scooter in un parcheggio nei pressi di P.zza dei Martiri sperando che Dio o chi per esso potesse farmelo resuscitare al mio ritorno. Mi sentii stupido ancor prima di terminare il pensiero.
Ma non avevo bisogni di miracoli bensì di storie, di amori. O anche di qualche birra. L’alcool avrebbe fatto il resto. Ed ebbi fortuna.


Arrivai a Vico Alabardieri nei pressi di un locale. Alzai lo sguardo per osservare l’insegna: le cinque lettere più famose di chi bazzica con un certo tipo di bevande. Entrai incuriosito. Una gentile ragazza al bancone mi accolse con un sorriso. Un uomo lì nei pressi mi saluta con una stretta di mano vigorosa; il suo intenso sguardo proiettava immagini di mille battaglie passate. Noemi e Fabrizio. Il loro “Mosto” è già una apprezzatissima realtà del territorio. E non ci vuole molto a capirne il perché. Un passo in avanti e le calde pareti e le luci soffuse rapiscono l’anima e ci giocano a carte vicino ad un camino acceso in una notte di inverno. Mi ridestai con il freddo della prima birra che entrò in contatto con la mia mano. “Allora ragazzi parlatemi un po’ di voi”. Iniziò lei “Ho sempre gestito locali di terze persone. Ho lavorato qui nei baretti ma anche a Piazza Bellini. La scelta era o restare qui e rimboccarsi le maniche o andare a lavorare fuori all’estero con tutti i pro e contro del caso”.


Continuò lui “Io avevo un albergo in Calabria fino a cederlo un paio di anni fa. Anche io mi sono trovato davanti al bivio se andarmene via o meno. Sono andato via per un po’, ho vissuto un po’ a Milano e un po’ a New York. Mi avevano proposto poi l’apertura di una hamburgeria gourmet. Potevo non tornare più in questa città. Davanti a questa ipotesi mi sono trovato a ragionare se potevo lasciare Napoli per sempre. La risposta è stata no, voglio portare a Napoli le mie esperienze”.
Si osservarono per un istante con grande intesa. Trasudavano amore pur stando in silenzio. Sono bastate un paio di battute per capire che la grandezza delle loro ambizioni era pari solo alle spessore dei loro attributi. Restare invece che scappare. Merce rara di questi periodi. Ma perché proprio una birreria? E perché proprio qui?


“Al Vomero si è sempre parlato abbastanza della birra. Qui a Chiaia mai. Eppure siamo in una zona con numerosi cocktail bar. Quando scendevamo io e lei per bere una birra non sapevamo mai dove andare. Il Vomero lo guardiamo come secondo passo. Prima qui perché è assurdo che non c’era una birreria. Quando parlai una sera con un amico mi disse che avrei dovuto fare qualcosa che non esiste, trattare qualcosa che altri non hanno. E così pensai subito alle birre alla spina” disse Fabrizio con una certa emozione. Mandai giù un altro sorso. La questione aumentava di interesse attimo dopo attimo. “Parlami un po’ di loro” incalzai. Non volevo perdermi nulla. “Reperiamo da birrifici e distributori i prodotti che più ci piacciono. Oggi la realtà italiana della birra è affermata anche all’estero. Infatti si esporta tanta birra italiana. Le birre che trattiamo noi sono varie, trattiamo birre particolari che coprono una ampia gamma di sapori” Ed era vero. La scelta era vastissima e in continua evoluzione. “Vorrei portare avanti anche un discorso culturale. Lavoriamo con passione e quindi cerchiamo anche di far appassionare tutti quei consumatori alle prime armi. Le persone prima entravano ed esordivano chiedendomi una chiara”. Risi. Di gusto. “Si ti capisco. Il problema analogo dei wine bar con portami un rosso” continuai io. Sembrò apprezzare il riferimento.


All’improvviso notai un piccolo schermo sul bancone. Noemi si accorse del mio sguardo fisso sul tablet. “C’è il nostro sito, con un sacco di aneddoti e di curiosità. Da qui la gente può anche scegliere la musica che vuole tramite Spotify. Si crea un bel clima goliardico, non so se hai notato anche gli strumenti musicali che possono essere usati con assoluta libertà. In fondo pub significa public house, devi venire qua e sentirti a casa. Se suonano gli strumenti ci sentiamo tutti come una grande famiglia”. Mi girai a molla, come se fossi stato tirato indietro da qualcuno. Lo sguardo passò con stupore dalla chitarra appesa al pianoforte a muro. Mi maledii di non saper suonare niente.  Ma poco importava. Le vedi, lì, le note danzare al ritmo di cuori pulsanti e di boccali tintinnanti. Dieci, cento, mille persone che hanno deciso di lasciare a casa i problemi per non affogarli nell’alcool. Anche perché, come disse un saggio, quelli sanno nuotare. Dieci, cento, mille persone con la sola voglia di divertirsi, di conoscere, alcuni forse loro stessi prima ancora della birra ma sorridenti, divertiti, schiamazzanti e poi giù un altro giro, un’altra corsa di “me ne versa un po’?” “non hai idea l’altra sera…” “ti trovo bene” “ti amo”.


Il riflesso della luce mi fece ritornare in me. Gli ultimi raggi di sole caramellavano l’ingresso conferendogli un aspetto onirico. Si era fatto tardi, decisi di salutarli. “Ricorda: mai arrendersi nella vita”. I loro occhi marchiarono a fuoco queste parole come l’Amen al fine di una messa. Tornai a casa con una leva del freno in meno. Ma non aveva importanza. Non la aveva mai avuta.

 

Massimiliano Guadagno