-->

Protagonisti
Strumenti

Gianni Valentino, giornalista e scrittore nato a Napoli, ha esordito poco più di un anno fa come poeta con il libro “Le piume degli angeli scemi”. Lo abbiamo intervistato per scoprire la sua ispirazione e la sua esperienza come giornalista-scrittore, descritta bene nel suo libro, che è sostanzialmente un’autobiografia, alla scoperta delle emozioni, e le reminiscenze dettate dalla sensorialità, elemento imprescindibile della sua poetica. 

Nel libro – che inaugura la collana “senza PANTONE” di Iemme Edizioni– appaiono 28 componimenti che  raccontano "vissuti fisici magici", accompagnati da una introduzione firmata dal cantastorie folk/rock Francesco Di Bella e da nove illustrazioni realizzate da Tonia Peluso.
A cominciare dal titolo, che rende affetto a una performance di Leo Bassi – clown, acrobata, attore, mimo originario di New York – si illumina una sequenza di esperienze autobiografiche. Recentissime e più lontane.
Speculare a ciascuno dei 28 poemetti – suddivisi nelle sezioni Seduzione, Tormento, Devozione, Identità – è la citazione a un antologico jukebox che oscilla da Tim Hecker a Nina Simone, da Neil Young a James Senese. Fino a Tom Zè, The Irrepressibles, DNA, Robert Wyatt.

 



Gianni, ci vuoi parlare di “Le piume degli angeli scemi” e della sua ascesa?

È una raccolta totalmente autobiografica, include i poemetti che ho scritto negli ultimi 20 anni con il mio angelo custode Francesco, che ha firmato l’introduzione. A prescindere dal giorno in cui sono stati pubblicati, i libri continuano a fare la loro strada, ad essere letti, interpretati, perché la pagina scritta spesso non è sufficiente. C’è bisogno di contatti fisici e tattili costanti con i propri lettori, di fisicità e corpo si parla molto nella mia raccolta.

La particolarità principale di “Le piume degli angeli scemi” è che contengono le pagine del tuo quadernetto che ti porti sempre dietro.

Il mio quaderno è più importante delle chiavi di casa, lo porto sempre con me. Ho scelto di portarlo con me anche nel mio libro, utilizzandolo come intermezzo per ciascuna delle quattro sezioni in cui si suddivide il poemetto. Ho voluto mantenere le cancellature, gli appunti, le intuizioni, che si trovano sfogliando i quaderni di qualsiasi scrittore o di chi ama appuntare i propri pensieri. E’ stato commovente e divertente per me vedere i quaderni del 1997 o ritrovare in formato originale un foglio di un poemetto che ho scritto a Lisbona il primo giorno in cui ero arrivato li. Questo credo dia la possibilità al lettore di viaggiare emotivamente, perché ci  si sente catapultati nel quaderno e non soltanto in un formato poetico.

La materialità, elemento importante nel tuo libro, proviene da sensazioni di odori, profumi e immagini vive che tu hai vissuto in prima persona. Il tutto trasportato nella tua scrittura.

Sì, c’è molto corpo, fisicità, perché senza i nostri sensi, senza le percezioni sensuali di quello che facciamo tutti i giorni non vale la pena raccontare nulla. Nel poemetto di Lisbona parlo del liquore di questa splendida città, la Ginjinha, riporto le sensazioni del profumo e del gusto di questa bevanda. Oltre al gusto, sfogliando le pagine del libro si incontra la sensazione tattile, l’udito, il gusto. Siamo carne, pelle, prima di essere sinapsi.

Se questi poemetti rappresentassero un gusto quale sarebbe secondo te?

È una domanda difficile. Potrei dire che ci sono tutti i gusti: la mia passione per il bere, il mio desiderio della pasta. Se devo pensare all’odore penso a quello del pane. Non c’è un gusto soltanto, ce ne sono vari in cui il cibo o il bere sono contenuti. La sezione del libro “su per amore”, ad esempio, è accompagnata da un’illustrazione in cui una donna è perduta in un bicchiere. E’ un’immagine forte che rimanda all’aspetto multisensoriale della vita. I sensi sono la nostra identità.

                                                                                                                                                Elèna Lucariello