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Paolo Virzì sorprende con un thriller dall’umorismo nero, Il Capitale Umano,con Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni. Corruzione, avidità, speculazione,conflitti generazionali e il ruolo marginale della cultura sono i temi affrontati dal regista livornese che ancora una volta racconta attraverso il cinema l’attuale momento sociale dell’Italia, quella sull’orlo del collasso finanziario, politico e istituzionale. Per la sua undicesima opera Virzì lascia la provincia del centro Italia, con i suoi toni teneri e la sottesa ironia e si trasferisce nella più fredda Brianza, dove i paesaggi e le temperature aiutano a rielaborare un plot ispirato a un sofisticato noir americano, l’omonimo romanzo di Stephen Amidon, dando vita a un thriller dal sarcasmo disperato. 

 La trama prende il via da un misterioso incidente in una gelida notte di dicembre che complicail capitale umano scena la vita alle due famiglie protagoniste. Ad interpretare i capofamiglia gli eccezionali Bentivoglio e Gifuni. Il primo, reduce dalla sitcom di successo Benvenuti a Tavola e attualmente sul set del nuovo segretissimo fantasy di Gabriele Salvatores, conferma la sua capacità di trasformista mettendo in scena un personaggio senza moralità, caratterizzandolo fino al grottesco senza sfociare nella macchietta. Gifuni, con il suo coinvolgente timbro di voce che è luce e buio insieme, abbandona i panni di persona perbene per indossare qualcosa di cupo e inquietante, a tratti volgare, senza perdere mai la sua eleganza.

Attorno ai due protagonisti maschili ruotano le vicende personali degli altri componenti della famiglia: una incantevole Valeria Bruni Tedeschi, moglie infelice di Gifuni, insieme sensuale e impacciata, e una genuina Valeria Golinomoglie affettuosa di Bentivoglio. Infine i due ragazzi, che interpretano i rispettivi figli, al loro esordio da attori.

È un film corale che viaggia tra suspense americana e dramma francese. Gli avvenimenti si compongono come un mosaico attraverso tre capitoli che raccontano lo stesso arco temporale da diversi punti di vista per unirsi poi nel quarto capitolo finale. Una pellicola poliedrica che parte da un giallo, funzionale alla scoperta della verità dopo averti dirottato più volte, per raccontare con forte realismo lo spirito dei nostri tempi privo di valori umani e di sentimento disinteressato. Dal Connecticut di Amidon al Nord Italia di Virzì, il film ha la straordinaria capacità di essere trasportato in qualsiasi parte del mondo.

Il Capitale Umano è attualmente nelle sale italiane. Noi di inFOODation il web magazine di Tarallucci&Vin abbiamo incontrato i protagonisti Fabrizio Bentivoglio e Fabrizio Gifuni.

Ne Il Capitale Umano interpretate due uomini diversamente collocati nella scala sociale. Chi sono Dino Ossola e Giovanni Bernaschi?

Bentivoglio: Ossola è un personaggio smodatamente normale, uno che si può incontrare in una piazza o al bar. È un immobiliarista privo di scrupoli, pronto a giocarsi anche quello che non ha per il sogno di un riscatto economico.

Gifuni: Bernaschi è un altezzoso e antipatico mago della finanza che non si accorge dei suoi disvalori umani. Per costruire questo personaggio avevo l’imbarazzo della scelta per la quantità di modelli che la realtà mi offriva e mi sono divertito a caricarlo di violenza interiore, umanità e disperazione.

Nel film, dove sono protagonisti le velleità di ascesa sociale a discapito anche dei propri figli, è totalmente assente il cibo, se non nelle forme maestose del banchetto dei ricchi. Credete sia un caso o metafora di assenza d’amore?

Bentivoglio: Si è vero. In effetti nel film si vedono solo panini confezionati in sacchetti o al massimo gomme da masticare e cibo plasticoso. Subliminalmente ciò comunica un’anafettività. Perché il film racconta di padri che non parlano, che non conoscono i loro figli, e ho “detto tutto” avrebbe detto Totò!

Gifuni: Nel film non c’è il cibo perché non c’è intimità familiare. In una scena del film mia moglie, l’attrice Valeria Bruni Tedeschi, chiede di cenare tutti insieme, un invito a riunirci per conversare in famiglia, ma il rifiuto è secco edeciso, metafora di assenza di rapporto intimo.

Qual è il vostro personale rapporto con il cibo?

Bentivoglio: Ammetto di essere un pessimo cuoco e di appartenere a quella folta schiera di italiani a cui piace trovare il piatto pronto a tavola, però faccio un ottimo spaghetto aglio, olio e peperoncino!

Gifuni: Per me il cibo è una delle componenti fondamentali della vita. Anzi determino gli orari della mia vita in base al fatto che si deve mangiare in un certo modo, non frettolosamente e possibilmente molto bene. L’80% della mia vita è dedicata al teatro e al cinema, giro in tutta Italia e posso dire che la mia toponomastica è legata molto ai ristoranti, a Napoli come a Trieste. Ho la mia mappatura ideale. Come cucina millanto a casa mia qualcosa di più dello stretto indispensabile, faccio una carbonara che nessuno ha mai visto, una cosa leggendaria che descrivo nei minimi particolari anche alle mie figlie.

                                                                                                                                                                                                                                           A. F.