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Quella di oggi non crediamo di esagerare quando asseriamo che è la partita della svolta per i due team più in forma del campionato. Napoli e Inter non si giocano solo il primato ma anche un po’ la faccia, dopo che hanno dimostrato che a livello di gioco e graniticità tattica non esiste di meglio nella massima serie italiana.
Ed è una sfida anche tutta gastronomica, che riprende un po’ lo scorso match per farci assistere ad un altro grosso spaccato natalizio. Due filosofie gustative diverse e riconoscibilissime, figlie di un sostrato culturale differente che li ha spinti fino ad un riconoscimento internazionale nell’ambito della ristorazione.


Il Panettone
E’ inutile disperdersi in parole superflue per quello che è un po’ il simbolo di questa festività. Il blasone portato avanti nei secoli si perde in miti e leggende dal sapore fiabesco. Quella di maggior rilievo vede un cuoco sbadato alla coorte di Ludovico il Moro bruciare un dolce la notte di Natale. Preso dalla disperazione si affidò ad un preparato del suo sguattero Toni che la mattina aveva cucinato con i rimasugli della dispensa: un po' di farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta.

Quando i commensali vollero sapere il nome di quel piatto, l’onesto chef disse che «L'è 'l pan del Toni», da cui deriva la parola panettone.
Il dream team dei sogni può contare dunque su una alchimia consolidata nel tempo, con l’uvetta sultanina e la frutta candita capaci di realizzare geometrie di gioco perfette con pochi rivali nel settore.


Mustaccioli e Roccocò
Per fermare l’avanzata lombarda non basta un singolo prodotto: c’è bisogno del duo delle meraviglie partenopee, lo “sfizio” natalizio che non manca mai sulle tavole e che parla sempre al plurale.

Di Mustaccioli ne parliamo già dal sedicesimo secolo, con il nome che fa riferimento all'uso nelle antiche ricette contadine del mosto.
Il suo cuore di miele e frutta candita e la sua “pelle” di glassa al cioccolato lo rendono perfetto per addolcire le manovre tattiche sul campo, assieme ad una rocciosità tecnica (tradotta in un corpo abbastanza duro da mordere) che esalta il sapore e la masticazione.
Non è da meno il suo inossidabile compagno Roccocò, che punta più su un gioco elitario grazie a mandorle e spezie varie e al suo particolarissimo gusto che si esalta ancor di più se intinto nel vermouth o marsala.
Storicamente siamo nel quattordicesimo secolo con il particolare nome che non c’entra con la corrente artistica ma che deriva dal termine francese rocaille per via della forma barocca e tondeggiante simile a una conchiglia arrotondata.

 

Massimiliano Guadagno