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E’ arrivato quello che Ligabue definirebbe “il giorno dei giorni”. La sfida calcistica più attesa dell’anno vede confrontarsi un Napoli super per qualità e intensità di gioco ad una Juve da “invencible armada” nonostante i passi falsi fatti ad inizio campionato. E noi di inFOODation non potevamo non proporvi l’incontro degli incontri, il faccia a faccia tra i due massimi esponenti culturali e gastronomici dei rispettivi territori di appartenenza. Non hanno bisogno di presentazioni aggiuntive, diamo vita alla storia che si incontra.

Il Gianduiotto

Torino 1806 Napoleone Bonaparte a Berlino decretò il cosiddetto Blocco Continentale, che vietava il commercio tra i Paesi soggetti al governo francese e le navi britanniche. Questo fu un colpo gravissimo per la città di Torino, città di maestri cioccolatai, e per l’intera comunità di consumatori di quella che fino al 1826 era una esclusivamente una bevanda liquida. Inoltre la città stessa conosceva questo alimento da un quarto di millennio, da quando cioè Emanuele Filiberto di Savoia era tornato dalla pace di Chateau Cambresis del 1559 con dei semi di cacao. Ma torniamo nel 1826; il valdese Paul Caffarel, grazie alla sua fabbrica nel quartiere San Donato di Torino, poté avvalersi del primo macchinario capace di solidificare il cioccolato ottenuto con l’aggiunta di acqua, zucchero e vaniglia. Il 1852 il figlio di Paul, Isidore, decise di fondere la fabbrica con quella di Michele Prochet, altro importante industriale della zona. Insieme i due decisero di far fronte all’emergenza cacao inserendo nell’impasto dei cioccolatini la nocciola (accuratamente tostata e macinata) Tonda Gentile delle Langhe, della vicina Alba: quello che ne uscì fuori fu il givò (in dialetto piemontese “mozzicone di sigaro”). Il problema però era renderlo noto. Ma i due non si persero d’animo e crearono un capolavoro di street marketing: approfittando della importante festa di Carnevale del 1869 dove per le maschere era solito lanciare dolciumi alla folla che li acclamava, Caffarele e Prochet riempirono le tasche della maschera piemontese più nota, Gianduja. L’operazione riuscì perfettamente tanto che sulla dorata carta dei loro cioccolatini (venduti stranamente sfusi per l’epoca) inserirono proprio la celebre maschera. Il resto è storia, leggenda e uno dei capolavori gastronomici di sempre.

 La Pizza (Margherita)

Premessa: per parlare accuratamente e minuziosamente della pizza non basterebbero intere enciclopedie. Infatti è il piatto “contenitore” per antonomasia, dove al suo interno non troviamo solo i più svariati ingredienti ma anche le più astruse sfumature culturali che abbracciano vari campi della conoscenza. Storia, sociologia, antropologia, geografia sono solo alcune delle materie adattissime per parlare di questo argomento. Nel nostro piccolo ci limiteremo ad omaggiarla ricordando che in primo luogo di pizza si è sempre parlato (e mangiato). Un piatto molto semplice risalente alla notte dei tempi considerato che le focacce, lievitate e non, le facevano anche gli egizi, i greci e i romani. La stessa parola “pizza” ha origini incerte: alcune la vogliono riferita al termine latino pinsa, participio passato del verbo pinsere (cioè schiacciare, pigiare), o dalla nota parola pita (che ha a sua volta ha un altro passato mica da ridere). Tuttavia si sa, la pizza è uno dei piatti più noti al mondo, ed è forse il piatto principe della cucina napoletana. Tecnicamente di pizza cominciamo a parlarne già nel Seicento, quando non era raro trovare in città dei veri e propri venditori ambulanti che camminavano con un grosso contenitore di rame e ottone per non farle raffreddare.     Tuttavia la consacrazione definitiva (dove la storia si eleva a mito) la abbiamo solo nel 1889 quando la Regina Margherita (moglie di Umberto I di Savoia) chiese al giovane pizzaiolo Raffale Esposito di farle assaggiare quel piatto così noto.  Forse l’importanza di questo gesto è stata sottovaluta: con quella richiesta, la regina non solo elevava in prestigio un piatto fondamentalmente popolare, ma ne cambiava anche i connotati “estetici”. In primis perché l’accostamento del rosso del pomodoro, del bianco della mozzarella e del verde del basilico esordì per la prima volta proprio in quella occasione come omaggio alla corte e all’Italia in generale da parte di Esposito. In secondo luogo perché fu servita completamente distesa, a differenza della piegatura “a portafoglio” che era la modalità principale di vendita al popolo.      Calcisticamente non abbiamo paragoni; non esiste squadra passata o presente che possa essere nemmeno lontanamente paragonata alla straordinarietà della pizza. E’ come creare un Dream Team, con tutti i migliori calciatori della storia (ovviamente capitanata da Maradona). Dunque ci fermiamo qui, non permettendoci nemmeno di avvicinare a quella che è quasi un patrimonio dell’umanità.

 

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Massimiliano Guadagno