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Lettori di inFOODation cosa mangiate oggi? Vi vanno delle cremose “fettuccine all’Alfredo”, una carbonara con “pancetta di tacchino” oppure una lasagna con “italian salami” ? No? Avete già un invito a cui non potete rinunciare?

Peccato perché dall’ultimo viaggio avevo portato con me il kit per il Chianti “home-made” e avevo proprio voglia di provarlo.

Vorrà dire che mi accontenterò di mangiare in solitudine una quattro formaggi surgelata, di quella buona con mozzarella incellophanata e “parmesan”, che di "san(a)” gli è rimasta solo la furbizia di vendersi per quello che non è.

Si chiama “italian sounding” ed è il fenomeno per cui sui mercati internazionali avviene la commercializzazione di prodotti che nell’aspetto e nell’idea richiamano i corrispettivi italiani più famosi, senza riprodurne fedelmente fattura e contenuto. Un vero e proprio business, che toglie enormi guadagni potenziali alle industrie italiane, particolarmente diffuso nell’agroalimentare. Oltre che creare mostruosità gastronomiche l'Italian sounding è una forma di concorrenza sleale, capace di produrre 147 milioni di euro ogni giorno. E contrastare il fenomeno è un interesse comune di grandi gruppi e piccole imprese poiché fuori dal mercato europeo non valgono le norme sulla usurpazione del marchio e quello che definiamo Italian sounding in realtà è attività legittima. L’italian sounding è ormai ampiamente discusso e tentativi di combatterlo prendono le forme di controlli, marchi e accordi tra produttori e distributori e autorità pubbliche, a livello internazionale come il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) con gli USA.

Se tutti siamo d'accordo sull'importanza di queste misure per difendere l'Italia e le sue produzioni, adesso vi proponiamo un gioco. Ricordate il menù del ristorante italiano in cui vi siete imbattuti durante l’ultimo viaggio fuori dall’Italia? Ricordate le proteste contro l’oste sfortunato per la discutibilità delle sue proposte alimentari? A questo punto sarebbe da veri giustizieri del buon cibo “fatto in Italia” mantener fede alla sfida che gli abbiamo lanciato:

“(…) te lo faccio vedere io come si cucina italiano!”

Ebbene, immaginando di aver trovato l’esotico ristoratore aperto alla possibilità di imparare la tua cucina, oh appassionato lettore di inFOODation, inizia a stilare una tradizionale lista della spesa e recati nel supermercato più vicino. Stai attento a scegliere un distributore di cui conosci l’insegna, per fare centro con i prodotti a marchio più famosi in Italia, per dare finalmente una lezione di stile allo chef millantatore.  Se hai accordato il più classico dei menù, probabilmente speri di insegnare all’amico cuoco bugiardone quali sono i veri spaghetti al pomodoro, come si compone un abbondante tagliere di salumi e formaggi, qual è il vero gusto del cioccolato, e come si versa una birra conviviale o un più serio rosso da tavola.

Orgoglioso inizi ad aggirarti fra gli scaffali scegliendo innanzitutto un buon olio di oliva, un italianissimo Carapelli? Immaginiamo l’espressione affranta quando fiero di mostrare dall’etichetta l’autencitità del prodotto al compagno cuoco hai fatto l’amara scoperta: il buon olio d’oliva è nelle mani del gruppo Unilever , multinazionale che raccoglie un numero impressionante di aziende internazionali dai più svariati settori.

Deluso ti rincuora solo l’idea che almeno la sua filiera sarà molto controllata.

L’ingrediente successivo è la passata di pomodoro per la preparazione del sugo, e incuriosito dalla scoperta precedente impari purtroppo che anche Star è ormai spagnola. Dopo lo scandalo dei pomodori coltivati in Cina, ti rassegni all’idea che forse è meglio così.

Certo di poter recuperare col sapore robusto di un tipico tagliere di affettati italiani, pensi di puntare ai marchi migliori: Fiorucci e Galbani, che pure scopri essere state acquisite da aziende rispettivamente spagnola e francese.

A questo punto solo un bicchiere può consolarti, e indeciso sulla scelta ti vorresti affidare all’italianità delle bollicine, ma…la “tua bionda preferita” , la birra Peroni, parla ormai giapponese, e il miglior Chianti Classico è tra gli hobbies imprenditoriali di un magnate farmaceutico di Hong Kong. Di cioccolato non ne abbiamo nemmeno più voglia, dopo che ridacchiando il nostro amico di sventura ci ha mostrato che nemmeno i Baci Perugina sono più umbri: la Svizzera li ha voluti per sé.

Tristi e sconfitti possiamo solo chiederci come possiamo difendere e vantarci dei buoni prodotti della cucina italiana, se ormai gli italiani non li fanno più?

Federica Mazza