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Fino a dieci anni fa, l'aperitivo era un rito ascrivibile a una fetta di popolazione molto esigua, e fruito da poche persone, come ricche signore di Via Petrarca o gruppetti di imprenditori che, dopo una riunione, si raccoglievano davanti a un bitter rosso o cynar ghiacciato.

Nell'arco di due lustri il rituale dell' happy hour, come ci piace chiamarlo (perché noi siamo persone very cool e al passo con i tempi), si é tramandato dai businessman ai giovani con una velocità a macchia d'olio, assumendo una moltitudine di connotati.

Premessa: a me piace tantissimo fare l'aperitivo. Mi sento una persona di tendenza, quando con fare altezzoso comunico a mia madre che esco perché ''ho un aperitivo''. Mi sento glam, fighissima. Poi vorrei dire, é ben diverso dal dire ''vado a prendere un caffè''. L'aperitivo ti posiziona nell'olimpo di quelli che stanno ''su'', poco importa se lo fai nel bar che ti serve un bitter campari su un tavolone rosso di plastica con una ciotolina di patatine anemiche senza nemmeno un fazzoletto. Tu fai l'aperitivo.

A Napoli é impressionante la moltitudine di formule che si sono diffuse in merito a questo simpatico rituale. Molti, zona centro, offrono lo spritz a due euro, con il risultato che se sei particolarmente volenterosa nel giro di mezz'ora ti ribalti dalla sedia e qualcuno deve deambularti a casa. Altri, più chic, offrono la formula mangia e bevi, dove con una onesta dieci euro puoi mangiare (tanto, quanto vuoi e ciò che vuoi: dalla pasta fredda alla rosticceria, dal couscous a ogni tipo di bruschetta) e bere una consumazione. Qui c'é l'inganno. La possibilità che il cibo che mangerai sarà salato come le acque delle Eolie é direttamente proporzionale alla certezza che per sopperire a una morte certa per ingozzamento ordinerai altri 3 drink di cui sopra, con il risultato che un aperitivo ti costa quanto una cena al giapponese.

Il problema che spesso subentra é che noi, da bravi napoletani, non abbiamo un giusto senso della misura. Il nostro retaggio culturale ce lo impedisce. La psicologia inversa cui le nostre amate nonne ci hanno abituato, per la quale ''non ne voglio più'' corrisponde all'essere serviti una seconda porzione ancora più abbondante, ci ha provocato un bug nelle sinapsi che non ci permette di valutare con raziocinio la giusta porzionatura delle pietanze. La frase che rimbomberà nelle nostre orecchie sarà la eco di quello che i nostri familiari ci domandavano quando ci vedevano inappetenti. ''E che, non te la vuoi mangiare una carcioffola indorata e fritta? E che ti può fare una zeppolina di mare? Ma non ti senti bene? Oggi non hai rubato come al solito le polpettine destinate alla lasagna, hai la febbre?''

Digressioni temporali a parte, purtroppo per noi l'aperitivo non implica sgranocchiare elegantemente una nocciolina o un baby crostino accompagnandoli con un calice di pignoletto o un vermouth rosso on the rockscome i milanesi, che equiparano l'happy hour come sostitutivo della cena. Per noi l'aperitivo é l'antipasto, la cosiddetta ouverture a quella che poi sarà una cena di proporzioni pantagrueliche. Noi vogliamo le pizzette, la pizza rustica, il crocché, la pallina di riso. L'aperitivo significa mangiare. Abbiamo fame, o meglio, un “languore”. Se c'é  - molto raramente - un tagliere con salumi e formaggi, raggiungiamo il nirvana per chi si accaparra la miglior fetta di crudo. Se si é in gruppo, ci si lancerà sul suddetto tagliere come i tre moschettieri quando alzano le spade. Poco importa se dopo ci aspetta la cena di promessa di matrimonio di un nostro cugino, dove già si sa che si mangerà a sbafo. Un napoletano prende molto sul serio l'aperitivo, e lo fa chiedendo al cameriere ''scusa, non é che oltre alle patatine puoi portare due pizzette e due sfizioserie''?

E vissero tutti felici e contenti, finché epatologo non li separò.

Mary Sorbillo