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A Copenaghen una Ong ha da poco aperto un supermercato che vende cibo ancora commestibile e quindi non dannoso per la salute, seppur la data di scadenza lo dia per cestinabile, o dall’imballaggio imperfetto e di conseguenza non rispondente ai canoni estetici che fanno da amo per acquirenti perfezionisti. Si tratta di Wefood, aperto da un gruppo di volontari della FolkekirkensNødhjælp e da subito assalito da lunghe file di clienti, conquistati non solo dagli sconti dal 30 al 50% applicati ai prodotti esposti, ma anche dalla concezione politically correct del consumo intelligente.

All’estero già da anni è pratica comune destinare un giorno della settimana o le ore subito precedenti alla chiusura all’acquisto di prodotti danneggiati, appena scaduti o quasi. Una pratica che fa molto riflettere sulle tendenze odierne del consumismo, che decide invece dell’eliminazione di ben 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti l’anno nel mondo, semplicemente perché al limite di quanto stabilito non solo dagli sterili interessi delle grosse catene di produzione, ma anche, e soprattutto, dalla scarsa informazione della popolazione.

Nonostante la situazione sia ancora drammatica – basti pensare che nell’UnioneEuropea, il 42% del totale degli sprechi (76 kg pro capite per anno) si verifica all’interno delle mura domestiche e almenoil 60% potrebbe essere evitato, dando origine ad un danno non solo socio-economico, ma anche ambientale, chegenera 4,2 tonnellate di Co2 per ogni tonnellata di rifiuti organici - si può notare un incremento, come nel caso danese, del desiderio per un commercio ecosostenibile, che tenga conto della necessità di affrontare determinate problematicità per il benessere del pianeta e delle generazioni a venire, che agisca in maniera responsabile e consapevole, che metta un freno ad uno sfruttamento incondizionato delle risorse colpevole di forti scompensi.

Una tendenza che in Italia trova riscontro ad esempio nell’azione di Last Minute Market, una società spin-off dell'Università di Bologna nata nel 1998 come attività di ricerca e che dal 2003 opera come realtà imprenditoriale in tutta Italia sviluppando progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti. O più in generale nella presa di posizione del governo italiano che ad Expo ha posto il taglio degli sprechi alimentari tra gli obiettivi della Carta di Milano consegnata al segretario generale Onu e ha dato vita al progetto Sprecozero con cui ci si è posti l'obiettivo di recuperare 1 milione di tonnellate di cibo nel 2016. L’Unione Europea, dal canto suo, aveva già lanciato l’allarme anni fa e con la Risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel 2012 su come evitare lo spreco di alimenti sono state individuate strategie per migliorare l'efficienza della catena alimentare nell'UE con l’impegno a dimezzare gli sprechi entro il 2025 lungo tutta la catena agroalimentare, dai campi fino alla tavola del consumatore coinvolgendo tutti gli attori. Sono in corso inoltre iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle cause e le conseguenze dello spreco alimentare e le modalità per ridurlo.

Il processo è quindi da attivare su più fronti, in maniera rapida e snella. Speriamo solo che l’Italia non si scontri conquelle tipiche barriere burocratiche dai termini infiniti ben lontanedalle efficienti realtà europee come quella danese, dov’è effettivamente possibile creare reti tra realtà commerciali ed istituzionali che rendono possibile interventi concreti che non si esauriscano in sfocati miraggi da oasi nel deserto.

All’estero già da anni è pratica comune destinare un giorno della settimana o le ore subito precedenti alla chiusura all’acquisto di prodotti danneggiati, appena scaduti o quasi. Una pratica che fa molto riflettere sulle tendenze odierne del consumismo, che decide invece dell’eliminazione di ben 1,3 miliardi ditonnellate di alimenti l’anno nel mondo, semplicemente perché al limite di quanto stabilito non solo dagli sterili interessi delle grosse catene di produzione, ma anche, e soprattutto, dalla scarsa informazione della popolazione.

Nonostante la situazione sia ancora drammatica – basti pensare che nell’UnioneEuropea, il 42% del totale degli sprechi (76 kg pro capite per anno) si verifica all’interno delle mura domestiche e almenoil 60% potrebbe essere evitato, dando origine ad un danno non solo socio-economico, ma anche ambientale, chegenera 4,2 tonnellate di Co2 per ogni tonnellata di rifiuti organici - si può notare un incremento, come nel caso danese, del desiderio per un commercio ecosostenibile, che tenga conto della necessità di affrontare determinate problematicità per il benessere del pianeta e delle generazioni a venire, che agisca in maniera responsabile e consapevole, che metta un freno ad uno sfruttamento incondizionato delle risorse colpevole di forti scompensi.

Una tendenza che in Italia trova riscontro ad esempio nell’azione diLast Minute Market, una società spin-off dell'Università di Bolognanata nel 1998 come attività di ricercae che dal 2003 opera come realtà imprenditoriale in tutta Italia sviluppando progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti. O più in generale nella presa di posizione del governo italiano che ad Expo ha posto il taglio degli sprechi alimentari tra gli obiettivi della Carta di Milano consegnata al segretario generale Onu e ha dato vita al progetto Sprecozerocon cui ci si è posti l'obiettivo di recuperare 1 milione di tonnellate di cibo nel 2016. L’Unione Europea, dal canto suo, aveva già lanciato l’allarme anni fa e con la Risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel 2012su come evitare lo spreco di alimenti sono state individuate strategie per migliorare l'efficienza della catena alimentare nell'UE con l’impegno a dimezzare gli sprechi entro il 2025lungo tutta la catena agroalimentare, dai campi fino alla tavola del consumatorecoinvolgendo tutti gli attori. Sono in corso inoltre iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle cause e le conseguenze dello spreco alimentare e le modalità per ridurlo.

Il processo è quindi da attivare su più fronti, in maniera rapida e snella. Speriamo solo che l’Italia non si scontri conquelle tipiche barriere burocratiche dai termini infiniti ben lontane dalle efficienti realtà europee come quella danese, dov’è effettivamente possibile creare reti tra realtà commerciali ed istituzionali che rendono possibile interventi concreti che non si esauriscano in sfocati miraggi da oasi nel deserto.

Micole Imperiali