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Anno nuovo, vita nuova: è di  buon auspicio considerare l’anno successivo come un superamento e un abbandono di ciò che ci si lascia alle spalle. Se la vita si rinnova nel futuro, la tradizione culinaria ha il compito di mantenere intatte le radici culturali del passato.

In vista del cambiamento e del futuro viene in aiuto la scaramanzia:i rituali delle ultime ore dell’anno si accompagnano  al consumo di cibi particolari. Le tre pietanze-simbolo della notte di San Silvestro italiana sono le lenticchie, il cotechino e l’uva. La lenticchia è uno dei prodotti più importanti nell’agricoltura e nel commercio del Mediterraneo. La storia della colonna egizia di Piazza S. Pietro rivela quanto fosse importante e portatore di fortuna questo legume: l’obelisco attraversò il Mediterraneo su una nave immerso e protetto da un carico di lenticchie. La loro forma richiama quella delle monete e, in quanto di piccole dimensioni, a parità di peso con altri legumi, nel piatto si presentano in numero maggiore.  Quante più lenticchie si possono mangiare durante la cena dell’ultimo dell’anno altrettanti saranno i soldi guadagnati il successivo. La tradizione vuole che si regali un sacco di lenticchie a un vicino, in auspicio che queste si trasformino in monete d’oro.

Il cotechino che accompagna le lenticchie è simbolo di salute ed energia, i greci e i romani mangiavano salsicce: cucinare carne di maiale, animale legato all’idea di prosperità, è considerato di buon auspicio per l’anno nuovo. In Spagna e nel sud Italia durante il brindisi dedicato all’anno nuovo dodici chicchi d’uva portano via “l’amaro” dei mesi passati. La ritualità del cibo e la gestualità della superstizione sono da sempre inscindibili: l’ultimo giorno dell’anno è di buon augurio per sposarsi un bacio sotto il vischio e indossare intimo di colore rosso. Agli spiriti maligni dell’anno vecchio e a quelli che minacciano l’anno nuovo ci pensano i “botti” dei fuochi d’artificio. In Campania e a Napoli la regola “anno nuovo, vita nuova” va presa alla lettera  e la scaramanzia consente di gettar via dalla finestra gli oggetti “vecchi”.

I riti di buon auspicio non sono solo i protagonisti del 31 dicembre italiano:  In Danimarca i più temerari salutano l’anno vecchio con un tuffo rigenerante  nelle  acque gelide dell’ Islands Brygge.  in Cile si spazza fuori il cortile della propria casa per cacciare le energie negative dell’anno passato, poi si va al cimitero. Chi si addormenta accanto alla tomba di un proprio caro avrà la sua protezione. In Svizzera  si getta un gelato per terra e in Russia si scrive il proprio desiderio su un foglio di carta che verrà bruciato e gettato nel bicchiere poco prima di brindare.

L’ultimo momento delle feste  è l’epifania: la notte tra il 5 e il 6 gennaio la “Befana” porta dolci e regali ai più piccoli. Anticamente celebrata come “la manifestazione del signore al mondo” l’ Epifanìa deriva dal greco fainomai, rendersi visibile, apparire, manifestarsi. A partire dal III secolo dopo Cristo le comunità cristiane del Vicino Oriente associarono il termine ai tre segni rivelatori di Gesù: l'adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù adulto nel fiume Giordano, il suo primo miracolo avvenuto a Cana. Giovanni Crisostomo, in contrasto alle ricorrenze giudaiche, sostenne fermamente la celebrazione del Natale del 25 dicembre. Nel IV secolo  adorazione dei Magi e Battesimo di Gesù divennero due ricorrenze separate. L’“Epifania” intesa come solo Battesimo di Gesù doveva ricadere dodici giorni dopo la ricorrenza del Natale. La tradizione italiana della befana unisce cultura popolare e cultura tradizionale: nella manifestazione del signore non c’è traccia di anziane signore e dolci per bambini, ma nei riti popolari ritroviamo questa curiosa figura probabilmente legata ad antichi culti pagani relativi ai cicli stagionali dell’agricoltura.

La dodicesima notte dopo il solstizio invernale si celebrava la morte e la rinascita della vita attraverso la Dea Madre. I Romani credevano che in queste dodici notti delle figure femminili volassero sui campi coltivati, per propiziare la fertilità dei futuri raccolti. Tali figure furono identificate in Diana, la dea lunare  legata alla cacciagione e  alla vegetazione. La cultura cristiana ha sovrapposto alla dea romana la figura della strega: a partire dal IV secolo la Chiesa di Roma iniziò a condannare tutti i riti e le credenze pagane, definendole frutto di influenze sataniche. Queste sovrapposizioni diedero origine all'attuale figura della befana, il cui aspetto, benché benevolo, fu chiaramente associato a quella di una strega: la scopa volante su cui viaggia rappresentava la purificazione delle case in previsione della rinascita della stagione e fu ritenuta dai cristiani segno di stregoneria. Condannata dalla Chiesa, l'antica figura pagana femminile fu accettata gradualmente nel Cattolicesimo. Il carbone veniva inserito nelle calze o nelle scarpe insieme ai dolci, in ricordo del rinnovamento stagionale. In accordo con i dettami della morale cattolica  nelle calze e nelle scarpe veniva inserito il carbone come punizione per i bambini che si erano comportati male durante l'anno precedente.

Il nome "befana"  inteso come il fantoccio femminile esposto la notte dell'Epifania era diffuso nel dialettale popolare toscano del XIV secolo. Durante l’ultima festa dell’anno, che chiude col passato e apre il futuro, si consuma il pasto finale dei nostri banchetti: il dolce. Sulle tavole toscane piccoli biscotti ricoperti da zuccherini colorati prendono il nome della festa celebrata in Italia: i befanini.  Nella tradizione francese si mangia una torta a base di pasta sfoglia, la galette du rois, la cucina spagnola suggerisce al palato una gustosa ciambella, il Roscon de Reyes. In America si mangia la Mardi Gras King Cake.

 

 Elèna Lucariello