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Li chiamano lunchbox ma in realtà si tratta di un’antica usanza giapponese sviluppatasi intorno al 1200 e perfezionatasi nel corso del tempo fino a diventare una vera e propria forma d’arte.

Il bento, la scatola porta-cibo giapponese, è dotato di una serie di divisori interni per le diverse pietanze e viene sempre confezionato in modo da creare un pacchettino esteticamente gradevole, studiando le combinazioni di colore dei cibi e la maniera di porli, coordinando bentō, bastoncini, cibo, tovaglietta e tutto il resto. Ne esistono di diverse tipologie: quello classico con riso, ume sottaceto (un popolare condimento a base di prugne salate), una fetta di salmone alla griglia, un uovo in camicia; c’è quello con pollo e riso, sushi su riso, vari ingredienti come gamberi, polpette di pesce, sempre accompagnati da riso oppure quello più semplice, con riso bollito avvolto in alghe nori imbevute nella salsa di soia. Insomma occorre solo tanta fantasia e il bento è servito.

Benchè infatti sia possibile ritrovarli in vendita in molti ristoranti oppure nei supermercati, è una vera e propria consuetudine per le donne giapponesi preparare il bento con le proprie mani che sarà poi consumato nella pausa pranzo dai mariti e dai figli a scuola.

E proprio per i più piccini, spuntano le nuove creazioni d’arte per invogliarli a mangiare. Addio aeroplanini o storie avventurose da raccontare davanti ad un piatto di verdure. Tutto diventa più bello e divertente se con gli ingredienti si riescono a ricreare personaggi dei cartoni animati ed i beniamini più amati dai piccini. Ecco così che Jake il pirata viene ricreato con la bandana composta da due fettine di mela rossa mentre i capelli sono fatti di uvetta e la base del piatto è di mirtilli con intorno formaggio e pane integrale. Oppure il logo dei mitici Transformers diventa un pomodorino scavato e riempito di formaggio mentre il robot è tutto a base di banana.

Le ultime ricerche hanno dimostrato che i bambini sono molto influenzabili da ciò che gli si presenta nel piatto, prediligono una varietà di pietanze ed il loro piatto ideale deve contenere sei colori diversi rispetto ai tre di un adulto.

Buon appetito bimbi, che il bento sia con voi!

Annarita Costagliola

Galeotto fu il prosciutto crudo. Magari di Parma, di Norcia, o il San Daniele. Quel che conta è avere lo stesso gusto, o meglio fare la spesa nello stesso supermercato. Ordini duecento grammi di mortadella e ti ritrovi a cena con uno sconosciuto che è stanco di essere single, esattamente come te.

È la nuova frontiera dello speed date, una pratica tutta statunitense per conoscere persone del sesso opposto attraverso eventi realizzati ad hoc. Niente più bar, niente più tavolini, niente più locali affollati. Oggi l’anima gemella la si incontra al supermercato. Si chiama “La Spesa dei Single ®” e promette di far scoppiare scintille tra i carrelli. Come funziona? Basta cercare nel sito i supermercati della tua città e le date dedicate alla “Spesa dei Single®”; presentarsi al supermercato negli orari indicati; portare con sè un fiocchetto rosso da legare sulla parte frontale del carrello della spesa; guardarsi intorno e cercare altri carrelli con il fiocco rosso spinti da persone che desiderano quindi socializzare e cercare compagnia. E il gioco è fatto.

Se poi siete proprio impacciati ed imbranati, il sito segnala anche frasi per rompere il ghiaccio e consigli pratici. Occhio al carrello e al fiocco rosso però: non sia mai detto ne prendiate uno con il “contrassegno” li dimenticato per caso. È una spesa per single, non per potenziali fedifraghi.

Annarita Costagliola

Gli Dei creano gli odori, gli uomini fabbricano il profumo”. Pura verità questa frase di Jean Giono. Sono stati gli Egizi a fabbricare la prima boccetta di profumo della storia circa 5.000 anni fa. In seguito il loro utilizzo si è diffuso in tutto il Mediterraneo Antico. Allora, i profumi, erano a base oleosa e si aggiungevano aromi vegetali quali mirra, aloe, incenso e vari tipi di fiori.

Se prima i profumi erano un bene di lusso che pochi potevano permettersi, oggi è un bene comune di cui nessuno, specie donne, riesce a rinunciare. Gelsomino, cioccolato, ambra, acqua marina sono sempre state fragranze predilette dalle grandi firme della moda quali Chanel, Dior, Dolce & Gabbana e tanti altri. Profumi freschi, inebrianti, altri più intesi, ma sempre raffinati.

Ma la moda, si sa, è in continua evoluzione e si stanno facendo strada sul mercato fragranze sempre più particolari che molti non reputano tanto gradevoli. Cosa ne pensate di una fragranza al formaggio erborinato? Avete letto bene. L’azienda che produce lo Stilton ha lanciato sul mercato un profumo con questa fragranza che non proprio tutti apprezzeranno. La stessa idea l’ha avuta Fargginay che ha realizzato un’acqua di colonia alla fragranza di bacon. Anche Que non ci scherza. Il suo profumo al barbecue con tanto di fragranza di carne grigliata, di spezie e di affumicato, sta spopolando in Spagna.

Certo che, odorare di cibo, non è proprio il massimo. Si pensi ad una fragranza al sugo di genovese o ai cavolini di Bruxelles. Ad una cena intima o ad un colloquio di lavoro potrebbe creare spiacevoli malintesi.

Valeria Vanacore

L’incontro tra due codici apparentemente lontani non potrebbe dare risultati più appaganti: stiamo parlando di moda e food

Il cibo è sempre stato l’immaginario da cui stilisti, designer, artisti di ogni sorta e di ogni epoca hanno attinto linfa che alimentasse ispirazione o creazioni speciali, al punto da monopolizzare red carpet e passerelle esclusive, intrappolandosi in tessuti, stampe e metri e metri di abiti (vedi anche il caso distorto di Rhianna e il suo chilometrico abito giallo per il Met Gala 2015 a New York, evocando l’aspetto di una mega frittata, che è rimbalzato sui social ) e ha influenzato le icone di stile di ieri come quelle di oggi, fashion bloggers o it girls che siano. Anzi, vi dirò di più, l’uno prende spunto dall’altra, salta subito alla mente in tal proposito il tema attualissimo del food design, che è una ricerca in progress dell’innovazione certosina, all’insegna del minimal o del vintage, stilemi del fashion ma fatti propri dal panorama gastronomico.        

 Anche stavolta l’esperimento ha avuto i suoi frutti e porta il segno del geniale e raffinato Alessandro Enriquez, stilista metà siciliano e metà franco-tunisino, che ha raccolto l’eredità e il peso di questa missione in una collezione tutta incentrata sulla italianità, a partire dall’arte della buona cucina italiana. La linea P/E 2015, intitolata ANITALIANTHEORY, interpreta a suo modo il variopinto mondo del food, celebrando la preminenza di uno dei simboli identitari della nazione, la pasta: la ritroviamo sui bomber, sulle felpe, sulle camicie oversize per lui e per lei, sugli abitini retrò, sulle gonne a ruota e sugli accessori. 

 

 

Insomma questo progetto è stato confezionato appunto per essere un tripudio di ciò che di eccellente ha la nostra Italia e arriva puntuale all’appuntamento con Expo2015 che ha scelto come fil rouge proprio il cibo. Il fenomeno prepotente della foodmania non è nuovo per l’haute couture; anzi muove le mosse già qualche anno fa in casa Dolce&Gabbana, precisamente nella collezione Donna P/E 2012, a partire dalla quale la neoruralità prende il sopravvento ed è tutto un pullulare di macro stampe su gonne e bustini anni ‘50 e ’60 e accessori su cui piovono zucchine, melanzane, cipolle, pomodori, peperoncini e ortaggi vari in pieno stile esotico, sfoggiati da una donna capace di dominare la natura quanto la cucina! Per non parlare della collezione pop di Moschino A/I 2014-2015, partorita dall’eccentrica mente di Jeremy Scott, in cui spopolano pezzi con disegni e loghi cartoon ispirati ai fast food, oppure Salvatore Ferragamo che strizza l’occhio ad Expo con una collezione limited edition con proposte a base di accessori fatti di materiali ecosostenibili, come la bag interamente in sughero, i sandali  e i foulard in tessuti naturali a tema flora e fauna, pezzi forti pensati per esprimere al meglio lo spirito dell’evento mondiale.

 In realtà si potrebbe proseguire ad oltranza in fatto di cibo in coppia con la moda…

 

Sabrina Riccio

Ormai tocca preoccuparsi anche del genere di film che scegliamo prima di entrare nelle sale cinematografiche: notizie che vengono da lontano, dai nostri cugini americani ma che sono valevoli per tutti. Non diamo i numeri, ce lo consigliano vivamente i ricercatori della Cornell University, dello Stato di New York, fautori di un’indagine universitaria dai tratti quasi goliardici che ha, invece, un fondamento scientifico. Non fatevi ingannare dalle circostanze: è stato misurato e paragonato l’uso dei popcorn consumati durante la proiezione di film diversi, 98 grammi durante una commedia contro i 125 di uno drammatico, thriller, horror&co. È presto detto, i numeri degli appassionati di film senza happy ending sono stimolati a mangiare di più e con maggiore voracità a causa del plot sono sorprendenti: al punto tale che i ricercatori del Food and Brand Lab dell’ateneo statunitense stimano un 28-55% in più rispetto ad altri. Insomma questi film strappalacrime danneggiano gravemente la silhouette.

Dunque non è una leggenda metropolitana che ci si ingozzi durante un film drammatico o la puntata clou della nostra serie tv preferita in cui muore il protagonista o accade qualcosa di catastrofico. Per dirla meglio, si tende a rimpinzarsi di junk food ipercalorico per trasporto empatico, cioè nel momento in cui ci immedesimiamo nella vicenda filmica o ci caliamo talmente tanto nella vita del protagonista in pericolo da provare in quel momento i suoi stessi sentimenti ed è qui che scatta la smania di sgranocchiare chips e snacks di ogni sorta.

Non è certo una novità la connessione profonda tra cinema e cibo, anzi quest’ultimo è entrato nel suo immaginario, tanto che è stato studiato, celebrato e analizzato in tutte le varianti possibili, dai film più frivoli a quelli impegnati e d’autore, dall’epico Sordi davanti al generoso piatto di spaghetti in ‘Un americano a Roma’ alle peripezie di Stracci ne ‘La ricotta’ di Pier Paolo Pasolini ; è proprio il caso di dire che è matrimonio intramontabile questo!

Provare per credere? Certo, azionate il play e godetevi tutti i film tragici del mondo, ma assicuratevi di spizzicare solo spuntini a base di frutta o verdura nel passaggio topico della pellicola.

Non sarà lo stesso ma almeno arginiamo i danni!

 

Sabrina Riccio

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