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Un cassetto pieno di posate, la consuetudine di gesti quotidiani che si perpetuano, azioni ripetute magari centinaia di volte, così familiari che nulla può fermare le mani che meccanicamente prendono forchette e cucchiai per apparecchiare la tavola… ma ecco d’un tratto, quasi per magia una posata si anima e come per incantesimo, lentamente, si muove e prende vita fino a trasformarsi in un oggetto pratico e funzionale per rinascere, così, definitivamente, a nuova vita.  

La cucina fa moda e ispira arte. È arrivata in Italia una nuova idea che rende le stoviglie veri e propri oggetti di design, forse ispirata alla tradizione scandinava che modella gioielli con le posate d’argento.

Mark è un brand d’adozione italiano, rielaborazione di “forked up art”, che nasce dalla surreale fantasia di un artista statunitense, Judson Jennings, che ha cominciato a creare oggetti con materiale da riciclo e a rivenderli per potersi pagare gli studi. In poco tempo, questi incredibili oggetti sono diventati famosi e fenomeno virale in America. 

Mark è uno straordinario mix di design e divertimento, bellissime sculture che combinano humour e funzionalità. Essendo ecclettico, versatile, duttile, prende varie forme, diviene un porta bicchieri (Drunk Mark), un porta biglietti da visita (Business Mark), un portatovaglioli (Clean Mark) o anche un porta bon bon (Sweet Mark).

Un’idea regalo che fa sorridere, allegra e originale, all'insegna del gusto e dell'eleganza, ma anche del design più ricercato, come, ad esempio, il portafrutta Healthy Mark.

Il marchio in Italia e la distribuzione esclusiva sono di Lisa Andreolassi e Monica Figliolia, salernitane, da sempre amanti del design e cultrici dell’inusuale, curiose e dinamiche, che nel loro percorso professionale di export manager in aziende private, sempre alla costante ricerca di oggetti e progetti originali, creativi e fantasiosi, si sono imbattute in quest’omino straordinario, a cui hanno dato un’anima giovane ed eclettica.

Grazie a queste due donne creative e intraprendenti è partita in maniera virale la campagna “Adopt your MARK” che ha già fatto molti adepti, tutti pazzi per questi simpatici oggetti di design giovane e attento all’ambiente. I prezzi variano dai 18 ai 52 euro. Gli acquisti si fanno online e nei migliori negozi di design. Ci sono anche due simpatiche vetrine espositive nei ristoranti Acqua Pazza di Cetara (famoso per la vendita dell’ottima colatura di alici in un bellissimo packaging) e all'Osteria del Taglio a Salerno. Luoghi, tra l’altro, consigliati a chi ama abbinare tradizione culinaria con innovazione senza trascurare l’attenzione al design.

Per info e acquisti il sito è www.adoptyourmark.com

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Carmen Vicinanza

 

Non c’è Pasqua senza colomba. Va avanti così dal 1930 circa, quando in Lombardia fu inventato dall’azienda dolciaria Motta il dolce più amato del periodo pasquale.

Da allora un po’ tutti si sono sbizzarriti nel preparare il soffice dolce a base di farina, uova, burro, zucchero e scorza d’arancia, guarnito dalla classica glassatura alle mandorle.

Oggi la colomba, cugina del conosciutissimo panettone natalizio, viene decantata e rivisitata dai più grandi chef stellati e non, che la arricchiscono di prodotti tipici delle proprie terre.

Basti pensare alle colombe pasquali prodotte in Campania da Alfonso Pepe, Carmen Vecchione, Sal De Riso, Francesco Guida e tanti altri, dove ingredienti quali melanzane, limoni, zucca e tanti altri caratterizzano quelle che sono le colombe “moderne”, forse un tantino distaccate da quelle tradizionali.

Prodotti del genere, dalla lievitazione naturale di ventiquattro ore e dalle qualità eccelse, hanno un costo non proprio competitivo, specie se si considera che la concorrenza, specie in questi periodi festivi, è davvero spietata. Stiamo parlando delle colombe vendute, o svendute, ad un costo che a malapena supera i due euro.

La domanda che un po’ tutti ci poniamo è questa: come può una colomba pasquale di un chilo costare due euro? Come possono, tutti gli ingredienti che compongono una colomba, confezione inclusa, avere il valore di due euro?

La questione è assai delicata e, al contempo, scioccante. Con due euro non si copre il costo della confezione, degli ingredienti, della manodopera, del marketing e della distribuzione.

Il sottocosto dà una immagine assolutamente negativa dell’azienda che, così facendo, non valorizza né il prodotto né chi lo produce.

Il risultato è una colomba anonima, atta a riempire semplicemente la pancia di milioni di italiani che la divorano noncuranti degli ingredienti, molto spesso di bassa qualità, che la compongono.

E voi, cosa ne pensate?

 

Valeria Vanacore

Paese che vai, Pasqua che trovi. Sono davvero tante le tradizioni gastronomiche dei vari paesi che festeggiano la Pasqua. Oltre a pastiere, casatielli e colombe c’è di più. Pronti per questo tour tra i piatti tradizionali pasquali?

Partiamo dalla Germania. Qui è d’obbligo mangiare solo cose verdi per il giovedì santo. Il piatto che va per la maggiore è una sorta di zuppa che contiene crescione, dente di leone, erba cipollina, prezzemolo, porro verde, acetosa e spinaci. Immancabile l’agnello sulle tavole dei tedeschi che regna sovrano anche come forma nella preparazione dei dolci.

In Finlandia Pasqua è sinonimo di mämmi: un eccellente dessert realizzato con farina di segale, melassa e scorza d’arancia. Si tratta di una ricetta piuttosto antica che trova testimonianza anche in alcuni testi latini del XVI secolo e che fa fede ad una rigido disciplinare: il mämmi va preparato tre o quattro giorni prima di essere servito freddo con panna e zucchero, salsa o gelato alla vaniglia. Tradizionalmente veniva conservato in piccole ciotole fatte di corteccia di betulla, chiamate tuokkonen. Oggi l'inscatolamento del mämmi prevede scatole di cartone stampate che simulano proprio la corteccia di betulla.

Restiamo ancora nei paesi scandinavi. Anche la Svezia ha le sue tradizioni: a Pasqua si fa lo smörgåsbord, una specie di buffet composto da vari piatti come aringa, salmone, patate, uova, polpette, salsicce mentre i bambini si aggirano per i quartieri travestiti da streghe in cerca di uova, caramelle e altre leccornie.

Per i Rumeni la Pasqua è decisamente una giornata da trascorrere in famiglia. Immancabile è la la ciorbă, una zuppa acida realizzate con carne, ortaggi vari o funghi e che contiene una certa varietà di ingredienti capaci di conferirle quella nota acida che tanto la caratterizza come limoni, borş (crusca fermentata), panna acida ("smântână") o zeamă de varză acră (succo di crauti). Posto d’onore per il drob: una sorta di polpettone con fegato d’agnello e tanto prezzemolo.

In Gran Bretagna il venerdì santo si mangia l’ hot cross bun, una specie di panino dolce fatto con cannella e uvetta sultanina e decorato con una croce in glassa di zucchero.

E poi? E poi tante uova colorate e dipinte un po’ in tutti i paesi come augurio di fortuna e prosperità.

Annarita Costagliola

Ma chi ha detto che la pizza fa gola solo agli italiani?

A quanto pare anche i nostri cugini tedeschi ne sono ben ghiotti e tentano di surfare l’onda del commercio. E’ notizia del giorno che la Rocket Internet - il gruppo di e-commerce berlinese quotato alla borsa di Francoforte lo scorso anno - ha comprato la startup bolognese Pizzabo.it per una cifra stratosferica, pare vicino ai 5 milioni di euro.

Il motivo? Grossissime mire espansionistiche.

Pare infatti che l’azienda voglia diventare la più grande piattaforma online dopo Stati Uniti e Cina nell’ambito del food and grocery. E pensare che il portale sia stato creato quasi per caso a Christian Sarcuni, studente ventinovenne di Matera che, stanco di vedere costantemente la propria posta intasata da volantini di ogni pizzeria, ha ben pensato di offrire un servizio semplice e utile: collegandosi al sito, possiamo visionare varie pizzerie di zona (limitato però alle sole città di Bologna, Ferrara, Pisa, Milano, Padova e Parma), con tanto di tempi di consegna e recensioni al seguito. Una volta eseguito l’ordine, l’apparecchio del pizzaiolo squilla e stampa una specie di scontrino con l’ordine.

L’obiettivo futuro è quello di assorbire altre realtà europee di questo stampo (dopo aver fatto già qualcosa di simile con una start-up spagnola) e di allargare il proprio bacino di utenza in città come Roma, Torino e Napoli.

Come al solito le idee più semplici sono anche le migliori, e talvolta, come in questo caso, partono dalla pancia.

Massimiliano Guadagno

Continua il viaggio di InFOODation nell’artigianato d’eccellenza made in Napoli.

Qualche settimana fa vi abbiamo parlato di moda maschile attraverso il New York Time e il Financial Time e di come la sartoria napoletana sia apprezzata in tutto il mondo (clicca qui per leggere l’articolo).

Questa volta incontriamo nel suo atelier, a Palazzo Leonetti, al civico 40 di via dei Mille a Napoli, il maestro Lello Antonelli, dell’omonima Sartoria Antonelli durante un evento che mette in mostra l’hand made d’autore napoletano.

Lo incontriamo nel suo mondo fatto di strumenti antichi, di tradizione e di stoffe pregiate.

Abiti interamente cuciti a mano, asole rifinite con filo di seta pura.

Abiti che diventano simbolo di un’eleganza senza tempo creata con gli strumenti di sempre: dal ferro da stiro a secco, pesante 7,5 Kg, alla vecchia macchina da cucire a pedale.

La passione del sig. Antonelli traspare in ogni parola, in ogni racconto, in ogni gesto: da quando ci spiega come le tele vengono bagnate nel secchio a quando ci racconta di quella volta che da ragazzino incontrò Roberto Murolo e Fred Buscaglione.

Un esempio di tradizione, espressione di un talento che può essere sicuramente simbolo di una Napoli che vuole e sa eccellere nel mondo.

Clicca qui per la gallery di immagini sulla Pagina Facebook di inFOODation 

Per saperne di più: Napoli nel mondo: Babà, Pizza … e Sartoria!

 Giovanni Salzano

 

 

 

 

Lo ammetto. Io sono una di quelle che ordina sempre la Margherita. Lo faccio perché penso che in questo modo si possa davvero cogliere la bravura del pizzaiolo e carpirne la vera essenza. Ma mai avrei pensato che la mia scelta potesse fornire materiale sufficiente a tracciare un profilo psicologico.

Scegliere sempre la stessa pizza sta ad indicare una persona incline alla paura di commettere errori. Insomma una persona che non ama il rischio e senza alcuno spirito di intraprendenza. Aiuto! E pensare che credevo solo di avere un palato sopraffino. Che poi questa sia una Margherita sta ad indicare che sono una persona semplice e che amo circondarmi a tavola delle persone a cui voglio bene. Colpita e affondata, almeno nella seconda parte.

Qualche altro profilo. Se siete amanti della Marinara vuol dire che vi lasciate conquistare da sapori forti e decisi a tavola così come nella vita. Diffidate da chi ordina Capricciosa e Quattro Stagioni: sono gli eterni indecisi, quelli che non amano scegliere e regnano perennemente in uno stato di incertezza.

C’è chi storce il naso di fronte ad una pizza bianca ma attenzione: per la psicologia è la pietanza ideale di chi non è disposto ad accettare compromessi in alcun comparto della propria esistenza. La Vegetariana è sinonimo di autocontrollo e di chi ha grande cura del proprio corpo mentre quella con le Melanzane indica una persona affascinante ed egocentrica. Se sulla pizza ci finisce pancetta e uovo è probabile che chi la stia mangiando sia una persona cinica e legata al denaro mentre una bella pizza con il salame piccante indica una persona estroversa, amante della vita e del piacere.

E voi di che pizza siete?

Annarita Costagliola

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