-->

News
Strumenti

 

Prendete una start-up spagnola della provincia di La Rioja. Ok, ora riempite questa start-up di giovani designer, viticoltori, artisti e musicisti. Fatto? Bravissimi, ora dategli libero sfogo e carta bianca ed otterrete del vino…blu! La “magia” in realtà ha parecchi chiaroscuri e la vicenda non è tratta da un romanzo di fantascienza. O da errori di vinificazione. Anzi. La bevanda chiamata Gïk anche se può ricordare alcuni noti cocktail della movida del sabato sera sa proprio del nettare degli dei.

La particolare colorazione è data dall’aggiunta di una tintura indaco e dagli antociani dell’uva. Il vino di base viene realizzato con una miscela di uve bianche e rosse spagnole di tipo La Rioja, Leòn, Castilla-La Mancha e Zaragoza con una gradazione finale dell’ 11,5% e con un gusto spiccatamente dolce. Il problema ora di base è duplice: da una parte abbiamo un prodotto creato da professionisti di settori spesso divergenti da quelli più strettamente vitivinicoli. E dall’altra abbiamo uno slogan che un sapore leggero di ruffianata: aprite le menti e ignorate tutti i pregiudizi.
Un vino dunque ideologicamente creato non per fare soldi (non sia mai) ma per abbattere pseudo barriere mentali e cercare così di accettare il diverso. Su tutti i fronti.

 

Peccato però che la bottiglia ha un costo (10 euro) e viene venduta in molti paesi (ma non ancora in Italia). E peccato che dietro tutta questa sovrastruttura di buoni propositi c’è uno studio di marketing a tavolino che ha visto nei Millenial (il gruppo di consumatori nati tra il 1980 e il 2000) come il nuovo porto sicuro da conquistare. Una bevanda dunque che sembra aver intrapreso più una strada che strizza l’occhio alle mode (social?) del momento che ad un serio percorso alternativo al panorama vinicolo mondiale. Ma i nostri lettori berrebbero una bevanda del genere?

“Io si, giusto per provare. Sarebbe carino ed originale, sfizioso per un pre-serata con gli amici. Poi se è pure dolce ancora meglio” (Stefania T., 20 anni)

“Ma assolutamente no. Non potrei mai bere qualcosa che assomiglia ad un detersivo per i piatti. Ed è anche offensivo verso la storia vinicola del nostro paese” (Giacomo P., 43 anni)

“Ma dico io, con tanti vini eccellenti ancora sconosciuti ai più del nostro paese dobbiamo andare a finanziare un prodotto che non si può manco chiamare vino? Non scherziamo…” (Anna C., 35 anni).

 

Massimiliano Guadagno